Bell'articolo di Ida Magli in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Oltre l'Occidente, alla Libreria Feltrinelli di Roma.
Da sito www.italianiliberi.it:
Domani, martedì 19 giugno alle 18.00, siete tutti invitati alla Libreria Feltrinelli di Via Orlando in Roma, a discutere della situazione in cui ci troviamo, prigionieri di politici che hanno rinunziato al loro ruolo per permettere ai banchieri di distruggerci come “Nazione”, come “Stato”, come “popolo” attraverso un unico strumento, quello finanziario. Il libro che sarà presentato domani, parlandone insieme agli amici Barbara Palombelli e Giordano Bruno Guerri, si intitola “Dopo l’Occidente” perché io sono convinta che della nostra civiltà, italiana, francese, tedesca, di quella di tutti i Popoli d’Europa, non rimarrà nulla, sopraffatta dalle invasioni africane, musulmane, cinesi, ma soprattutto dalla volontà di ucciderci che anima i nostri governanti. I banchieri ne sono lo strumento più rapido e più spietato.
Ma il libro è stato scritto anche con una segreta, disperata speranza: che ciò che affermo non avvenga; che parlandone, discutendone, mettendo il quadro davanti agli occhi di tutti, qualcuno sia spinto ad agire per impedirlo. Saremmo ancora in tempo, infatti, se domani, non più tardi di domani, l’Italia desse il segnale della ribellione al suicidio, della volontà di riappropriarsi di se stessa, della propria identità, della propria cultura, della propria storia, quella storia attraverso la quale siamo riusciti con tanta fatica e tanto coraggio a diventare liberi, liberi del dominio papale, del dominio austriaco. Liberi, liberi, liberi, ma vi rendete conto? Come si è potuto pensare di far ritornare gli Italiani ad obbedire agli stranieri? Chi ha potuto credere che gli Italiani, e non soltanto gli Italiani, ma tutti i popoli d’Europa non sarebbero morti, morti nell’anima, prima ancora che nelle proprietà e negli affari, così come appaiono oggi, nel trovarsi prigionieri e fustigati di volta in volta da un tal ignoto belga, da un talaltro ignoto tedesco, sudditi di un impero surreale, creato a tavolino da quei pochi potenti che aspirano al governo mondiale e che debbono necessariamente perciò distruggere le nazioni, i singoli popoli.
L’Europa unita non esiste e non può esistere salvo che inducendo i popoli alla morte politica e civile; facendoli guidare, dominare da banchieri nel nome del denaro, della moneta. Oggi ne abbiamo avuto l’ennesima prova. La Borsa va male, come al solito, o perfino peggio del solito. Tutti quelli che credevano e speravano che in base ai risultati delle elezioni in Grecia, interpretati come una risposta “pro euro”, finalmente la Borsa avrebbe cominciato a dare qualche segnale positivo, esprimono il proprio disappunto come se davvero la catastrofe provocata dall’unificazione europea potesse essere annullata con il grido di sottomissione emesso dalla vittima all’ultimo respiro nel momento in cui il carnefice sta per stringerle definitivamente il cappio al collo. I Greci hanno appunto detto di sì perché avevano il cappio al collo. I governanti, politici e banchieri, che esultano per questo risultato, si rivelano per quello che sono: ripugnanti usurai che la penna di Balzac non sarebbe sufficiente a descrivere.
La cosa più tragica, poi, è che non sono soltanto avidi usurai: tutti i banchieri, salvo le rare eccezioni di coloro che hanno accumulato grandissime ricchezze riducendo sul lastrico milioni di persone, sono di mediocrissima intelligenza e commettono enormi errori nella loro cupidigia come dimostrato dalle crisi di cui stiamo pagando il conto dal 2008 a oggi. Non sono stati forse i banchieri a scrivere il trattato di Maastricht, capolavoro d’ ignoranza e di falsità, a progettare la moneta che ci ha portato al disastro? Non c’è nulla di più vergognoso e di più stupido, quindi, che mettere a capo delle istituzioni di governo dei banchieri. Dobbiamo trovare il modo per liberarcene. Di questo vogliamo discutere domani, guardando allo scenario del “Dopo l’Occidente” con rigore critico ma anche con un ultimo filo di speranza.
mercoledì 20 giugno 2012
domenica 17 giugno 2012
Monti svende l'Italia.
Propongo un'analisi di Massimo Ragnedda (giornalista e docente universitario) relativa alla genesi e agli scopi del governo Monti. Nessuna nuova rivelazione clamorosa, cose già note, ma esposte in modo chiaro ed ordinato. Un "Bignamino" da tenere sotto mano e rileggere ogni tanto, per ricordarci che cosa rispondere a quei pochissimi che ancora vanno dicendo che Monti "mette in sicurezza il sistema Italia...".
Dal sito mragnedda.wordpress.com:
Monti svende l’Italia per tutelare gli interessi delle banche d’affari e delle multinazionali
Dal sito mragnedda.wordpress.com:
Monti svende l’Italia per tutelare gli interessi delle banche d’affari e delle multinazionali
L’avevamo detto sin da subito: Monti tutelerà gli interessi di chi l’ha voluto al governo di uno stato, ovvero le banche d’affari e le multinazionali. È un dato di fatto ed è inutile prenderci in giro o far finta di non vedere. Monti è l’uomo delle banche, membro della Trilaterale, del gruppo Bildeberg, proviene dalla Goldman Sachs, presidente di Università privata che sforna manager per multinazionali, il figlio lavora alla Morgan & Stanley con la quale lo stato italiano lo scorso 3 Gennaio ha negoziato la chiusura di un contratto di strumenti finanziari derivati pari a 2.567 milioni di euro, più o meno i soldi risparmiati, per il 2012 dalla riforma delle pensioni.
Questo punto merita di essere spiegato meglio: la riforma delle pensioni, ovvero obbligare le persone a lavorare 5 anni in più, ha fruttato all’erario, nel 2012, circa 3 miliardi di euro, più o meno la somma data ad una banca d’affari dove lavora il figlio del primo ministro. Certo quei soldi erano dovuti, ma si potevano rateizzare e soprattutto si poteva dare la precedenza a tutte le piccole e medieimprese italiane che vantano crediti con l’erario. Invece al primo posto ci sono le banche, così giusto per ricordare con chi abbiamo a che fare. Insomma cose dette e ridette. Io, ed altri commentatori molto più autorevoli di me, scrivevamo già a Novembre: il compito di Monti sarà quello di tartassare i cittadini e poi privatizzare i gioielli di famiglia.
Lo dico in maniera brutale: il compito di Monti era ed è quello di svendere i beni immobiliari, di privatizzare i servizi sociali, aumentare l’età pensionabile, ridurre i diritti dei lavoratori, privatizzare le aziende di stato e sostituire il pubblico con il privato facendo arricchire i pochi ed impoverendo i più. Insomma, per essere ancora più espliciti: Monti è stato nominato con un golpe finanziario per svendere l’Italia e saccheggiare le sue ricchezze. E ci sta riuscendo. Così in questi giorni, da Berlino dove ha ricevuto il premio “Responsible Leadership Award”, ha annunciato: “Stiamo preparando la cessione di una quota dell’attivo del settore pubblico, sia immobiliare che mobiliare, anche del settore locale”. È il vecchio gioco del debito e della privatizzazione, dello strozzino che costringe l’indebitato e svendere tutto. Già nel XVIII secolo John Adams (1735-1826) sosteneva: “ci sono due modi per conquistare e schiavizzare una nazione. Una è con la spada, l’altra è con i debiti”.
Monti è stato nominato dagli strozzini dello stato italiano, le banche d’affari, per (s)vendere il patrimonio immobiliare, privatizzare i servizi e (s)vendere le aziende attive. E ci sta riuscendo con la complicità della sua eterogenea maggioranza e dei principali media italiani, in particolare RCS (in passato è stato nel consiglio di amministrazione della Rizzoli), De Benedetti (è stato nel CdA della Aedes controllata ora da De Benedetti) e il gruppo Telecom-La 7 (Bernabè, Amministratore delegato di Telecom ha partecipato sia nel 2012 e sia nel 2011 assieme a Mario Monti alla riunione del gruppo Bildeberg, gruppo del quale fa parte anche la Bonino e da qui l’appoggio di La 7 e di Lilli Gruber in particolare, anche lei presente nel 2012, alla candidatura della Bonino come presidente della Repubblica nel 2013).
Venderà dunque: ma a chi? Chi potrà permettersi di acquistare i beni? Elementare Watson: chi, se non chi ha i soldi o vanta crediti nei confronti dell’erario, ovvero le banche? Il gioco è molto semplice: si fa indebitare lo stato, concedendo prestiti che si sa non può permettersi di onorare, dopodiché si chiede ai cittadini di pagare con l’introduzione di nuove tasse (vedi IMU) o aumentando l’età pensionabile (vedi riforma Fornero); poi quando il paese è alla disperazione ed altre tasse sono impensabili si svende il patrimonio immobiliare e poi, alla fine, si svendono le aziende di stato (quelle produttive, si intende, in particolare ENI e ENEL e non è un caso che entrambi gli amministratori delegati abbiano partecipato al meeting del gruppo Bildeberg). Monti fa il loro gioco: svende. D’altronde è stato nominato per questo. Non deve rispondere agli elettori che mai si sono pronunciati, ma alle banche. Comunque svendere non basterà. Si parla già, tra le altre cose, di introdurre il ticket sui ricoveri: da 10 a 100 euro. Il primo passo verso la privatizzazione della sanità. E sarà un crescendo: meno diritti, meno servizi sociali, più povertà e disuguaglianza sociale.
E se non ce la dovesse fare neanche così? Beh allora l’Italia chiederà prestiti al fondo "salva stati". Come ha fatto la Spagna in questi giorni, dove le banche, dopo aver eseguito azioni di recupero su 320.000 famiglie togliendo loro, senza tanta eleganza, la casa e lasciandoli in strada, hanno ottenuto un prestito. 100 miliardi di euro (una cifra mostruosa) dati alle banche senza che le banche restituiscano le case agli spagnoli. Cittadini scippati due volte. Ma da dove arrivano questi soldi e come li ripagheranno? I soldi arrivano dal fondo salva stati dove sinora l’Italia ha messo 48,2 miliardi di euro (provenienti dalle nostre tasche) e dovrà versare altre tre rate entro la metà del 2014. In altri termini noi ci indebitiamo per aiutare gli altri, ma così facendo, come in un grande gioco perverso, anche noi avremo bisogno di aiuti e questo esporrà gli altri stati e così via. Parliamo di numeri: secondo i dati forniti lo scorso 31 maggio dalla Banca d’Italia, nel 2011 sono stati erogati prestiti per 110 miliardi di cui 74,9 da parte di Paesi (compresa l’Italia) e istituzioni finanziarie europee e 35,1 da parte del Fondo Monetario Internazionale: per la precisione 41,5 a favore della Grecia, 34,5 a all’Irlanda e 34 al Portogallo. Nel 2012 il prestito sarà ancora maggiore, visti i 100 miliardi dati alle banche spagnole.
Come ripagheremo? Semplice: svendendo i gioielli di stato e privatizzando i servizi sociali, dalla sanità all'istruzione.
Nel frattempo, mentre gli stati si indebitano, la finanza internazionale fa affari d’oro. Tra i tanti, cito solo un caso: lo scorso 15 maggio, un solo investitore, tale Kenneth Dart, ha incassato 400 milioni (più o meno lo stipendio mensile di circa 400mila operai) dalla Grecia, ovvero uno Stato che non ha più soldi per pagare gli stipendi. Uno Stato dove, secondo l'Unicef, ci sono 400mila bambini sottonutriti. C’è da aggiungere che quei soldi, manco a dirlo, sono esentasse, perché l’investitore è un esiliato fiscale dagli Stati Uniti alle Cayman. La legge internazionale, che tutela gli strozzini e non gli strozzati, glielo permette. Così, morale della favola, mentre il signor Kenneth Dart se ne sta nel suo yacht da 70 metri senza pagare tasse, gli stati, governati da persone che provengono da quel mondo, si indebitano con loro e per onorare i debiti e pagare i loro yacht introducono l’IMU, privatizzano beni e servizi, ci mandano in pensione 5 anni dopo e, come nel caso degli esodati, lasciano senza stipendio e pensione centinaia di migliaia di persone. Ora chiediamoci: di chi fa gli interessi Prof. Monti: di persone come Kenneth Dart o dei 390 mila esodati senza stipendio e pensione? Delle banche o dei cittadini?
martedì 12 giugno 2012
Lo scandalo Fornero
Bell'articolo di Pietro Spataro, giornalista dell'Unità. Mi fa un po' sorridere, però, il fatto che dalle parti di certa "sinistra" istituzionale si tema ancora che il governo Monti possa rivelarsi irresponsabile e non credibile: tranquilli compagni, che sia un governo irresponsabile e non credibile gli Italiani l'hanno capito da un pezzo!
Dal sito dell'Unità:
Dal sito dell'Unità:
Questa volta elsa fornero ha superato se stessa: ha mentito al Paese. E ha mentito su un argomento che brucia sulla pelle di tanti lavoratori, stravolge la loro vita e sconvolge la serenità del loro futuro. Un ministro che tiene chiuso in un cassetto un dossier scottante come quello sugli «esodati» e che, pur conoscendo le cifre ufficiali certificate dall’Inps, continua a insistere su un numero di gran lunga più basso, compie sicuramente un atto grave. Che incrina il rapporto di fiducia e di rispetto che deve esserci sia con le parti sociali che con i partiti che compongono la «strana maggioranza» che sostiene il governo. In questo modo, insomma, si compromette seriamente il patto di lealtà politica.
Il caso degli esodati è uno degli effetti collaterali più iniqui della riforma del sistema pensionistico approvata dal governo di Mario Monti. Stiamo parlando di lavoratori che avevano concordato un percorso verso la pensione (concordato, si badi bene, con le aziende e con l’Inps) sulla base di una normativa vigente e che, all’improvviso, si sono ritrovati in mezzo al guado: senza più lavoro e senza possibilità di assegno pensionistico. L’allungamento dell’età, infatti, li ha ricacciati in una sorta di terra di nessuno senza alcun diritto e senza alcun sostegno. Non si tratta di “furbetti”, ma di persone che erano al lavoro e hanno accettato la cassa integrazione, la mobilità, hanno subito il licenziamento oppure hanno firmato accordi di fuoriuscita che gli consentivano di pagarsi i contributi volontari per arrivare alla pensione. In molti casi lo hanno fatto convinti da aziende in stato di crisi, che in questo modo hanno alleggerito i loro organici. Quel patto tra lavoratore, Stato e imprenditore è stato stracciato con una leggerezza impressionante.
Ma più impressionante ancora è il modo in cui il ministro Fornero ha gestito una vicenda umana delicatissima. I sindacati, il Pd e il centrosinistra sin dall’inizio avevano lanciato l’allarme sulle reali dimensioni della platea interessata a quel drastico taglio. Di fronte alla cifra di 330-350 mila lavoratori – indicata da Cgil, Cisl e Uil e che oggi appare persino drammaticamente sottostimata – il ministro ha sempre scrollato le spalle. Accusò addirittura, appena un mese fa, «chi ironizza» sui ritardi nel calcolo esatto degli aventi diritto: «Vengano a vedere le difficoltà degli screening che stiamo facendo», disse con tono perentorio. Quali fossero questi screening non è dato sapere. Sappiamo, invece, che alla vigilia dell’approvazione del decreto nella sede del Welfare è arrivato il dossier dell’Inps con quel numero drammatico (390.200) e che il ministro lo ha tenuto segreto, prevedendo una copertura solo per 65 mila lavoratori. Una grave, persino irresponsabile, scorrettezza. Avremmo preferito un discorso di verità: non ci sono i soldi per tutti, per il momento salviamo quelli che possiamo, nei prossimi mesi faremo di tutto anche per gli altri. Si è adottato invece un escamotage che non ha niente di tecnico e che finiva per lasciare il conto al prossimo governo. Che sarebbe stato costretto a intervenire, magari subendo anche l’accusa di aumentare la spesa pubblica da parte di qualche solerte commentatore di fede liberista.
Ma ora il dossier uscito dagli uffici dell’Inps mette fine all’indecente balletto dei numeri. Che ormai diventa di scarso interesse di fronte a un decreto già fortemente restrittivo e che contiene un grave errore di impostazione: partire dalle risorse per definire i numeri. Un percorso tanto più ingiusto se si pensa che il taglio alle pensioni è stato il più drastico tra quelli operati dal governo Monti. E allora, qualunque sia la cifra reale degli esodati, il governo deve assicurare subito che a tutti sarà garantito il diritto sacrosanto di andare in pensione. In Parlamento sono depositate proposte di legge che vanno in questa direzione e che il ministro potrà facilmente consultare. Non ci sono le risorse? Si devono trovare: usando, per esempio, i risparmi della spending review, una più efficace lotta all’evasione fiscale oppure mirate dismissioni. Quel che non si può accettare è che ci sia anche un solo lavoratore che alla fine resti senza salario e senza pensione. Perchè questo non è soltanto eticamente disdicevole o pesantemente iniquo ma è un colpo grave alla credibilità dello Stato.
Il caso degli esodati è uno degli effetti collaterali più iniqui della riforma del sistema pensionistico approvata dal governo di Mario Monti. Stiamo parlando di lavoratori che avevano concordato un percorso verso la pensione (concordato, si badi bene, con le aziende e con l’Inps) sulla base di una normativa vigente e che, all’improvviso, si sono ritrovati in mezzo al guado: senza più lavoro e senza possibilità di assegno pensionistico. L’allungamento dell’età, infatti, li ha ricacciati in una sorta di terra di nessuno senza alcun diritto e senza alcun sostegno. Non si tratta di “furbetti”, ma di persone che erano al lavoro e hanno accettato la cassa integrazione, la mobilità, hanno subito il licenziamento oppure hanno firmato accordi di fuoriuscita che gli consentivano di pagarsi i contributi volontari per arrivare alla pensione. In molti casi lo hanno fatto convinti da aziende in stato di crisi, che in questo modo hanno alleggerito i loro organici. Quel patto tra lavoratore, Stato e imprenditore è stato stracciato con una leggerezza impressionante.
Ma più impressionante ancora è il modo in cui il ministro Fornero ha gestito una vicenda umana delicatissima. I sindacati, il Pd e il centrosinistra sin dall’inizio avevano lanciato l’allarme sulle reali dimensioni della platea interessata a quel drastico taglio. Di fronte alla cifra di 330-350 mila lavoratori – indicata da Cgil, Cisl e Uil e che oggi appare persino drammaticamente sottostimata – il ministro ha sempre scrollato le spalle. Accusò addirittura, appena un mese fa, «chi ironizza» sui ritardi nel calcolo esatto degli aventi diritto: «Vengano a vedere le difficoltà degli screening che stiamo facendo», disse con tono perentorio. Quali fossero questi screening non è dato sapere. Sappiamo, invece, che alla vigilia dell’approvazione del decreto nella sede del Welfare è arrivato il dossier dell’Inps con quel numero drammatico (390.200) e che il ministro lo ha tenuto segreto, prevedendo una copertura solo per 65 mila lavoratori. Una grave, persino irresponsabile, scorrettezza. Avremmo preferito un discorso di verità: non ci sono i soldi per tutti, per il momento salviamo quelli che possiamo, nei prossimi mesi faremo di tutto anche per gli altri. Si è adottato invece un escamotage che non ha niente di tecnico e che finiva per lasciare il conto al prossimo governo. Che sarebbe stato costretto a intervenire, magari subendo anche l’accusa di aumentare la spesa pubblica da parte di qualche solerte commentatore di fede liberista.
Ma ora il dossier uscito dagli uffici dell’Inps mette fine all’indecente balletto dei numeri. Che ormai diventa di scarso interesse di fronte a un decreto già fortemente restrittivo e che contiene un grave errore di impostazione: partire dalle risorse per definire i numeri. Un percorso tanto più ingiusto se si pensa che il taglio alle pensioni è stato il più drastico tra quelli operati dal governo Monti. E allora, qualunque sia la cifra reale degli esodati, il governo deve assicurare subito che a tutti sarà garantito il diritto sacrosanto di andare in pensione. In Parlamento sono depositate proposte di legge che vanno in questa direzione e che il ministro potrà facilmente consultare. Non ci sono le risorse? Si devono trovare: usando, per esempio, i risparmi della spending review, una più efficace lotta all’evasione fiscale oppure mirate dismissioni. Quel che non si può accettare è che ci sia anche un solo lavoratore che alla fine resti senza salario e senza pensione. Perchè questo non è soltanto eticamente disdicevole o pesantemente iniquo ma è un colpo grave alla credibilità dello Stato.
domenica 10 giugno 2012
L'Europa è prigioniera della NATO
Fin quando certe cose le dico io, o qualche altro mattacchione che pretende di occuparsi, senza titolo, di geopolitica, è legittimo alzare una spalla. Ma quando incomincia a dirle un addetto ai lavori come l'ambasciatore Sergio Romano, la musica cambia...
Dal sito della rivista Geopolitica:
"Serve una politica estera distinta da quella degli USA"
Il progetto di uno spazio comune tra Europa e Russia è auspicabile, ma reso impossibile dalla presenza di una NATO strutturata in funzione anti-russa che tiene l’Europa prigioniera della politica USA. Lo sostiene, in un’intervista esclusiva realizzata da Giacomo Guarini e pubblicata in Vent’anni di Russia, Sergio Romano, storico, giornalista e diplomatico, considerato uno dei massimi esperti italiani di Russia. Già ambasciatore a Mosca durante gli ultimi anni dell’URSS, oggi è editorialista di varie pubblicazioni (tra cui Il Corriere della Sera e Panorama). Ha insegnato alle università di Milano-Bocconi, Pavia, Sassari, Harvard e della California. Fa parte del Comitato Scientifico di Geopolitica.
Venendo ai rapporti italo-russi, Romano non prevede che vi sarà un peggioramento col nuovo governo italiano. Berlusconi «non ha mai messo in discussione veramente la strategia degli Stati Uniti», e comunque Monti ha delle priorità di carattere economico-istituzionale che lo distrarranno dall’intervenire in maniera rilevante sulle relazioni estere.
L’intervista in forma integrale può essere letta in Vent’anni di Russia, il primo numero di Geopolitica.
Dal sito della rivista Geopolitica:
"Serve una politica estera distinta da quella degli USA"
Il progetto di uno spazio comune tra Europa e Russia è auspicabile, ma reso impossibile dalla presenza di una NATO strutturata in funzione anti-russa che tiene l’Europa prigioniera della politica USA. Lo sostiene, in un’intervista esclusiva realizzata da Giacomo Guarini e pubblicata in Vent’anni di Russia, Sergio Romano, storico, giornalista e diplomatico, considerato uno dei massimi esperti italiani di Russia. Già ambasciatore a Mosca durante gli ultimi anni dell’URSS, oggi è editorialista di varie pubblicazioni (tra cui Il Corriere della Sera e Panorama). Ha insegnato alle università di Milano-Bocconi, Pavia, Sassari, Harvard e della California. Fa parte del Comitato Scientifico di Geopolitica.
Secondo Romano, la priorità della nuova presidenza Putin sarà e dev’essere la modernizzazione economica, per uscire dall’eccessiva dipendenza dall’esportazione di risorse naturali. Tale modernizzazione è una precondizione imprescindibile anche perché il progetto putiniano di Unione Eurasiatica abbia successo.
Commentando i rapporti tra Russia e Cina, l’ex Ambasciatore afferma ch’essi sono eccellenti, ma favoriti dalla comune necessità di arginare la potenza statunitense. Non si può escludere che si tratti solo d’una tregua, e che in futuro la tensione torni a salire.
Uno dei capitoli su cui Cina e Russia fanno fronte comune è quello relativo a Iran e Siria.
Uno dei capitoli su cui Cina e Russia fanno fronte comune è quello relativo a Iran e Siria.
Secondo Romano al Cremlino non si desidera un Iran dotato dell’arma nucleare, ma si è consci che una caduta dei governanti a Damasco o Tehran rappresenterebbe una vittoria degli USA. «La Russia – ricorda l’ex Ambasciatore a Mosca – è portata a pensare che ogni vittoria americana si traduca nell’allargamento dell’area in cui gli Stati Uniti sono la potenza dominante. E questo non le piace».
Parlando dei rapporti tra Europa e Russia, Romano ritiene che sia auspicabile uno spazio comune “da Lisbona a Vladivostok”, e che questo progetto sia già proprio alla Germania. Tuttavia, è impossibile realizzarlo «finché esiste una NATO che è evidentemente strutturata in funzione anti-russa»; l’Europa è «in qualche modo prigioniera della NATO», mentre dovrebbe avere «una propria politica estera, distinta da quella degli Stati Uniti».
Lo scudo ABM degli USA è uno dei capitoli più spinosi dei rapporti con Mosca: «Non credo – afferma l’esperto storico e diplomatico – che i russi abbiano completamente torto quando si sentono potenzialmente minacciati da queste basi anti-missilistiche americane».Venendo ai rapporti italo-russi, Romano non prevede che vi sarà un peggioramento col nuovo governo italiano. Berlusconi «non ha mai messo in discussione veramente la strategia degli Stati Uniti», e comunque Monti ha delle priorità di carattere economico-istituzionale che lo distrarranno dall’intervenire in maniera rilevante sulle relazioni estere.
L’intervista in forma integrale può essere letta in Vent’anni di Russia, il primo numero di Geopolitica.
mercoledì 6 giugno 2012
NATO: sette guerre chiamate "operazioni di pace".
...e visto che siamo in tema di provocazioni, prendiamoci questo pugno in faccia da Massimo Fini. Chè a volte i pugni fanno bene.
Dal sito www.massimofini.it:
Dal sito www.massimofini.it:
Il 20 e 21 maggio si è tenuto a Chicago il summit dei 28 Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Sul Corriere Massimo Gaggi scrive che la Nato ha potuto celebrare "il successo della sua missione storica: un mondo che da oltre 60 anni non conosce vere guerre". Ah sì? In poco più di vent’anni la Nato, improvvisatasi, in nome di non si capisce bene quale diritto "poliziotto del mondo", ha inanellato sette guerre: primo conflitto del Golfo (1991), Somalia (1992), Bosnia (1995), Serbia (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Libia (2011).
In che senso queste non sono delle "vere" guerre? Perché le chiamiamo "operazioni di pace" o, preferibilmente, "missioni umanitarie"? Credo che oggi più nessuno oserebbe sostenere questa truffa linguistica. Più probabilmente per noi occidentali queste non sono vere guerre perché non hanno coinvolto i nostri territori e, grazie all’enorme superiorità militare e tecnologica, non c’è alcuna possibilità che li coinvolgano. Ma sarebbe difficile andare a dire ai circa 400mila civili iracheni, serbi, afgani, libici morti per causa diretta o indiretta, delle nostre aggresioni, delle nostre invasioni, delle nostre occupazioni e dei nostri bombardamenti ("effetti collaterali") che quelle che hanno subito non sono state delle "vere" guerre. Quattrocentomila vittime civili stanno in rapporto di 40 a 1 con quelle provocate, nello stesso periodo, dal terrorismo internazionale, Torri Gemelle comprese.
Al sicuro, sostanzialmente ancora ben pasciuti, preoccupati di mantenere con Activia la nostra "naturale regolarità", viviamo con la coscienza tranquilla mentre le nostre macchine belliche (perché ormai non combattiamo nemmeno più con gli uomini, con i soldati ma con i satelliti, con sistemi digitalizzati, con l’elettronica con i "droni", aerei senza equipaggio) perpetrano massacri su popolazioni più o meno lontane. Molto attenti alla nostra pelle abbiamo introiettato una totale indifferenza per quella altrui. Noi italiani abbiamo guardato con comprensibile orrore ciò che è avvenuto a Brindisi: quei corpi in fiamme, quelle membra semicarbonizzate, quei feriti a terra. Ebbene queste scene, e altre ancora più sconvolgenti, si ripetono quasi ogni giorno, a causa nostra, in Afghanistan e, sempre a causa nostra in Iraq perché con la demiurgica pretesa di portarvi la democrazia abbiamo scatenato una guerra civile fra sunniti e sciiti che sotto il pugno di ferro di Saddam non c’era. I giornali della "cultura superiore" coprono le guerre, pardon le "missioni umanitarie", dell’Occidente con l’omertà, le mezze verità, i silenzi.
Durante il summit di Chicago i Talebani hanno inviato ai Paesi della Nato un messaggio. Dice: "Ci rivolgiamo agli altri Paesi membri della Nato perchè non lavorino a favore degli interessi americani e rispondano alle richieste dei loro popoli ritirando immediatamente tutte le loro truppe dall’Afghanistan". In coda i talebani ringraziano Francois Hollande per aver anticipato a quest’anno il ritiro delle truppe francesi. Nessun giornale italiano ne ha dato notizia. Lo ha fatto l’Ansa, senza peraltro riferire il contenuto del messaggio ma solo per definirlo "minaccioso". A me pare invece molto civile, considerando che viene da uomini che da undici anni, pagando un tributo di sangue altissimo, si battono per la libertà del loro Paese da truppe di Paesi che, con violenza e arroganza, pretendono di sostituire i loro valori con i propri
Europa: la crisi oltre l'economia.
Nel commentare un articolo tratto dal sito "The European Concil on Foreign Realations", relativo ai recenti interventi del Presidente Obama sulla politica europea, Gabriele Gruppo propone un'analisi della crisi che, ad una lettura molto superficiale, potrebbe apparire soltanto provocatoria, ma che forse, invece, contiene importanti e profondi spunti di verità.
Dal sito wordpress.thule-italia.net:
Dal sito wordpress.thule-italia.net:
Il presidentino americano Barak Obama, durante un recente comizio elettorale, s’è preso la briga di affermare che la crisi occidentale è sostanzialmente causata dai politici europei, rei di non riuscire ad adottare le misure necessarie capaci di risolvere le criticità che minano l’UE, e la sua moneta unica. Il cui riflesso destabilizzante sembra lambire anche gli USA.
Questa affermazione, che in tempi passati avrebbe messo in allerta il Vecchio Continente, è stata completamente ignorata; prova del fatto che nessuno in Europa (o quasi) ha più voglia di farsi dare “lezioni” dal maestrino di turno parcheggiato alla Casa Bianca.
Di problemi l’Unione Europea ne ha tanti, strutturali e contingenti, e le bacchettate d’oltre Atlantico servono solamente a irrigidire le posizioni divergenti tra i suoi Stati membri. Una vera azione dolosa, in linea con la pluridecennale dottrina politica di Washington d’ingerenza nelle questioni d’Europa.
Quindi, non è un caso che il cancelliere tedesco Merkel abbia dato il ben servito nella teleconferenza di fine Maggio, a tutte le stupidaggini che proferiva il bamboccio a stelle e strisce. Raccogliendo il tacito consenso del Presidente francese Hollande durante l’incontro virtuale. A quanto pare solo il Presidente del Consiglio italiano Monti appariva succube di Obama. Fatto che non ci lascia per nulla stupiti.
Questa premessa ci serve ad introdurre un più ampio spettro di riflessioni, corroborate dalla lettura del pezzo proposto, tratto dal sito The European Concil on Foreign Realations.
La crisi epocale che coinvolge l’Europa e l’Occidente sta travalicando l’aspetto puramente economico, per andare a coinvolgere le problematiche identitarie, sorte con l’avvento della globalizzazione.
In altre occasioni abbiamo avuto modo di affermare, e manteniamo tale convinzione, che il processo di omologazione planetaria, fondata sul materialismo economico, sia tecnicamente fallito, provocando quale reazione il riemergere di tutte le differenze insite nei popoli dei cinque continenti.
I contraccolpi dell’instabilità nell’area euro sui popoli che ne fanno parte, l’indebolimento del guinzaglio americano, e la complessa ridefinizione geopolitica tra Oriente e Occidente, sono alla base del parziale riemergere di quegli istinti naturali europei di carattere identitario, capaci ormai di manifestarsi nei modi più diversi.
I “colori” politici contano poco, l’aderenza a talune tradizioni ideologiche anche, visto e considerato che il risultato complessivo è la messa in discussione di quelle istanze imposte dal 1945, tanto alla Germania, in quanto forza motrice continentale, quanto alle altre nazioni d’Europa.
Se il freno al prorompere impetuoso di tali istanze si cela ancora in frange politico/dirigenziali, l’aggravarsi della crisi economica potrà solo incentivare la ricerca di una dialettica interna europea, che ponga mano in modo complessivo a tutta la struttura comunitaria: dalle regole di bilancio delle singole nazioni, al ruolo della BCE, dalla specificità delle strutture sociali delle regioni d’Europa, alla ricerca di uno sbocco geopolitico continentale nuovo.
Questa crisi potrà rivelarsi salvifica per l’Europa. Aprendo sbocchi d’indipendenza che sembravano perduti per sempre. L’attuale instabilità, il conseguente collasso dei vecchi progetti d’integrazione, potrebbero essere null’altro che una parentesi di drammatico riordino interno al Vecchio Continente, di una ridefinizione delle priorità dei popoli e degli Stati. Che ne siano consapevoli le attuali classi politiche europee poco importa. Il processo è avviato, il dado è tratto, e solo domando un simile processo storico darà modo di porre le fondamenta per un nuovo futuro; molto lontano da quello che sembrava previsto fino a pochi anni fa.
sabato 2 giugno 2012
La miopia della politica, o vogliono prenderci ancora in giro?
Il 5 giugno si svolgerà a Bruxelles, organizzato dal PPE, un convegno dall'impegnativo titolo: "L'Europa e il cambiamento necessario".
Tema, in apparenza, interessante e stimolante, quanto mai di attualità, che parrebbe l'occasione per mettere a fuoco le criticità dell'UE e della sua politica.
Ma se leggiamo il documento di presentazione (anche questo con un titolo mica da poco: addirittura "Appello agli Europei"!), viene il latte alle ginocchia: il vuoto totale, la parata delle banalità, che denotano ignoranza e totale assenza di comprensione dei fenomeni. O forse pensano di poterci prendere ancora in giro?
Ecco il testo:
Tema, in apparenza, interessante e stimolante, quanto mai di attualità, che parrebbe l'occasione per mettere a fuoco le criticità dell'UE e della sua politica.
Ma se leggiamo il documento di presentazione (anche questo con un titolo mica da poco: addirittura "Appello agli Europei"!), viene il latte alle ginocchia: il vuoto totale, la parata delle banalità, che denotano ignoranza e totale assenza di comprensione dei fenomeni. O forse pensano di poterci prendere ancora in giro?
Ecco il testo:
Appello agli Europei
L'Europa e il cambiamento necessario
L'Europa sta attraversando la crisi economica e sociale, oltre che di leadership politica e istituzionale, più grave dal 1929, una crisi dovuta a una serie di scelte sbagliate, che rischiano di sprofondarci in una depressione economica da anni trenta e di dissolvere il progetto d’integrazione europea avviato nel dopoguerra da uomini illuminati.
L'Europa ha bisogno di politiche condivise dai suoi popoli e dagli Stati. Essa è oggi governata da un direttorio di governi che, oltre ad essere percepiti dai cittadini europei come lontani dai loro problemi e dalle loro aspirazioni, sono oggettivamente animati da scarsa comprensione dei problemi e delle aspirazioni altrui, perseguendo in modo quasi esclusivo un interesse nazionale di corto respiro e controproducente per gli interessi dell'Europa nel suo insieme.
Occorre un vero governo europeo democratico, cioè eletto direttamente dai cittadini in una prospettiva federale.
L’Europa ha bisogno di più unità e solidarietà tra i popoli e gli Stati. A questo si può arrivare più facilmente anche promuovendo una rete d’iniziative culturali, che rilancino e favoriscano lo sviluppo di un'identità e di una coscienza “patriottica” europea.
C'è bisogno urgente di un grande cambiamento per la politica europea che deve, in questo drammatico momento di rischio involutivo, operare per lo sviluppo economico e sociale di tutti gli europei rispettando la loro dignità e riconoscendo la libertà umana come motore fondamentale di sviluppo all'interno di valori morali e sociali fondanti la convivenza civile.
Elementi irrinunciabili di questo cambiamento sono:
- La riaffermazione della centralità delle radici spirituali e culturali cristiane e greco-romane della nostra Europa, nel rispetto e nella valorizzazione del contributo che alla costruzione dell'identità europea hanno dato anche le altre tradizioni religiose e culturali quantitativamente minoritarie, dagli albori fino ai giorni nostri;
- La valorizzazione della piena libertà di educazione e d'impresa quali elementi indispensabili di reazione alla crisi globale e, in parallelo, la riduzione dell'intermediazione amministrativa nella gestione economica globale;
- Il riconoscimento dei principi di responsabilità personale e di rappresentanza democratica quale base dell'azione individuale e politica, intesa quest’ultima come affermazione del bene comune e come servizio alla comunità;
- L'applicazione del principio di "sussidiarietà" per regolare i rapporti fra l'Unione, gli Stati nazionali e i cittadini europei e di un approccio solidaristico che non sia di natura assistenziale, ma che miri ad aprire opportunità di sviluppo per tutti;
- Il sostegno giuridico ed economico-sociale alla famiglia naturale basata sull'unione tra uomo e donna, fondamento della società;
- Il pieno e concreto sostegno ai tentativi di formazione e divulgazione di una Storia europea, e non unicamente nazionale, nelle scuole di tutta l'Unione.
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