lunedì 7 novembre 2011

Italia da (non) salvare?

Qualche tempo fa, il 21 settembre, avevo postato un articolo di Massimo Fini che mi è costato non poche critiche. Sono recidivo e nuovamente lo faccio parlare sul nostro blog.
So bene che non tutto è condivisibile, ma in queste poche righe ci sono tante verità che il conformismo tiene regolarmente nascoste.
Dal Fatto Quotidiano del 5 novembre:

L'Italia non merita di essere salvata

I 'grandi comunicatori', i professionisti delle promesse e dell'ottimismo a 24 carati possono funzionare in tempi normali perché di rilancio in rilancio, come al poker, il loro bluff non viene mai "visto". In situazioni drammatiche, dove contano i fatti e non le parole, la cosa non funziona più. Mussolini era un uomo di questa fatta (in parte, perché, in pace, fece anche delle ottime cose), ma quando entrò in guerra si scoprì che l’Italia, a differenza della Germania, vi era completamente impreparata e non bastarono gli slogan (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “fermeremo gli americani sul bagnasciuga”) per evitarci la più umiliante delle sconfitte e una guerra civile. Berlusconi con le sue promesse e i suoi bluff è riuscito a ingannare gli italiani per diciassette anni pur non avendo fatto, a differenza di Mussolini, nulla di notevole. E per diciassette anni gli è andata bene. Adesso, in una situazione di crisi economica drammatica, ha cercato, con la sua ridicola ‘lettera di intenti’, di ripetere il giochetto con gli europei sperando di farla franca anche con loro. Ma i fatti, in questo caso i mercati, gli han dato la risposta brutale che si meritava e con lui l’Italia che gli ha creduto e anche quella che non gli ha creduto ma non è stata capace di fermarlo.
Berlusconi però non è che la ciliegiona marcia su una torta marcia. Nella crisi attuale, che è planetaria ed è dovuta alla cocciuta cecità delle leadership mondiali che si ostinano a inseguire il mito della crescita quando crescere non si può più, la particolare debolezza dell’Italia è data, com’è noto, dall’enorme debito pubblico. Questo debito è stato accumulato soprattutto negli Oottanta, gli anni della 'Milano da bere' (per la verità bevevano solo i socialisti), della triade dei santi e martiri Craxi-Andreotti-Forlani quando, per motivi clientelari, di conquista del consenso si elargivano a pioggia pensioni di vecchiaia fasulle, pensioni di invalidità false, pensioni baby, pensioni d’oro. Inoltre dalla metà degli anni settanta c’è stata la cassa integrazione a tempo indeterminato, che è la forma che l’assistenzialismo ha assunto al Nord. Quando il mercato tirava l’imprenditore si gonfiava di operai, quando si restringeva li metteva in cassa integrazione, accollandoli alla collettività. Si chiamava “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”. In quanto agli operai mi ricordo di aver fatto nel 1974 un servizio, per L’Europeo, sulla prima cassa integrazione, alla Fiat di Torino. Parlando con gli operai mi accorsi che, dietro i piagnistei di prammatica, tutto volevano tranne che tornare al lavoro. E chi glielo faceva fare? Prendevano il 90% del salario e il 10% che mancava era compensato dal non doversi pagare gli spostamenti. Oltretutto in Piemonte erano quasi tutti ‘barotti’, operai-contadini, cui non pareva vero di poter curare i loro campi senza la rogna di dover andare in fabbrica.
Nel frattempo i partiti taglieggiavano e rubavano a redini basse. Giuliano Cazzola ha calcolato che la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di vecchie lire, circa un quarto del debito pubblico. E il calcolo si basa solo sulle sentenze arrivate a giudizio definitivo che rappresentano, come per ogni reato, un decimo degli illeciti commessi.
Poteva essere una lezione salutare. E invece nel giro di pochi anni abbiamo visto i giudici diventare veri colpevoli e i ladri le vittime, giudici dei loro giudici. E tutto è continuato peggio di prima. Può un Paese del genere salvarsi? Può darsi. Ma, nonostante le eiaculazioni senili di Napolitano sul Milite Ignoto, non lo merita.

sabato 5 novembre 2011

4 Novembre

Il sito della rivista Storia In Rete pubblica, per la ricorrenza del 4 Novembre, una lettera del sergente Giuseppe Abbatecola, datata 5 Novembre 1918, scritta alla famiglia dal Trentino "non più zona di guerra". 
Mi pare istruttivo leggerla e fare qualche raffronto con l'Italia di oggi...
Non più zona di guerra
5 novembre 1918
Teresina mia carissima,
ieri finalmente fu stato firmato l’armistizio. Tu non ciai [ci hai] mai creduto quando io lo mandavo addire [a dire] a te, adesso ci credi, è vero! Darmi risposta in proposito. Teresina carissima, dopo tre giorni di asprissima (asperrima) lotta abbiamo fiaccato il barbaro nemico dalle alte vette e balze del Trentino. Tutte le terre invase sono già state tutte riconquistate; il nemico incapace a resistere davanti all’italiani forti ha ripiegato dallo Stelvio al mare. A memoria del giorno memorando 3 novembre l’anno 1918 a ore 8 e tre quarti quasi sulle balze del Trentino abbiamo appreso la lieta notizia.
1° Sbarco delle nostre truppe a Trieste
2° Sbarco delle nostre truppe a Pola.
3° Nostre truppe entrate a Udine.
4° Presa di Rovereto e Trento.
Teresina è inutile considerare l’ebbrezza di noi martiri di questa orribile guerra. Finalmente già concluso l’armistizio di pace dopo tante sofferenze e lacrime per chi fu forzato a subirla. Io godo ottima salute. Iddio guarda te e i bambini e noi tutti e speriamo che il prossimo Santo Natale di farlo insieme in famiglia. Non tutto posso esprimermi di questi belli giorni fatali che dopo trascorsi 43 mesi di guerra siamo inteso di invocare la pace! Pace perpetua, pace desiderata da tutto il mondo. O! Che giornate ebbrezze [ebbre], tutti noi forti soldati gridiamo la grande Vittoria Italiana ‘che siamo [abbiamo] discacciato il barbaro nemico che voleva calpestarci; oggi ha [è] stato calpestato lui e la nostra bella bandiera dei tre colori sventola sul castello di Trieste e Trento e tutti gridiamo con cuore commosso viva l’Italia, viva Trieste e Trento italiano, viva Pola e più gridiamo ancora viva la Pace. Coraggio sempre Teresina, oramai la guerra è finita: noi risorgeremo e gli imboscati scapperanno altrove, specialmente chi non ha avuto cuore verso di me.
[…]
Baci forti forti ai nostri cari ed amati figli che si hanno levati [che sono cresciuti] senza amore di loro padre che dal primo giorno che fu dichiarata la guerra ho subito tutte le sorti della guerra; oggi possiamo ringraziare tutti i santi che cianno [ci hanno] liberati sin’oggi giorno di pace 4 novembre 1918 che sarà una giornata scritta nei grandi libri e da festeggiare tutti gli anni, e di pregare tutti i santi di guardarci ancora sempre per poterci divertire ancora della nostra contentezza e della nostra gioventù. Teresina gridiamo tutti viva la bella Italia, viva la Grande Vittoria […]
Giuseppe Abbatecola, buone notizie preme.
Sergente Giuseppe Abbatecola, comando Genio
1a Armata Ufficio Strade Sezione 1a Zona di Guerra
[…]
Gli imboscati che non hanno fatto la guerra possono cominciare a lontanarsi [ad allontanarsi] dai paesi, il loro posto adesso è nei boschi dove non si vedono più cristiani; se loro hanno avuto paura di fare la guerra, adesso non più possono dire che sono italiani; gli italiani possiamo dirlo noi che dal primo giorno che fu dichiarata la guerra siamo sempre difesa (abbiamo sempre difeso) la nostra bella Italia e discacciando sempre il barbaro nemico.
Conservare questa lettera che sarà la mia memoria del giorno 3 novembre 1918 e per memoria pure per i miei figli e voialtri tutti…
Sergente Giuseppe Abbatecola

mercoledì 2 novembre 2011

Crollo della democrazia

Nuova riflessione di Ida Magli sull'attuale catastrofica situazione economica ed istituzionale.
Mi inquieta però il fatto che nemmeno la Prof. Magli si ponga il problema che ci stanno conducendo "fuori" dall'Euro quegli stessi figuri (centrodestri e centrosinistri) che anni fa ci avevano condotti "dentro"! La loro incompetenza, la loro malafede sono forse svanite in questi anni...? Non mi sembra... come possiamo fidarci??  

Crollo della democrazia
e crollo del buon senso
di Ida Magli
Italiani Liberi | 01.11.2011

  Nel momento in cui sto scrivendo questa breve nota (1 novembre 2011 ore 11) la borsa italiana perde più del 5% Cosa c’è di diverso da ieri? L’Italia è sicuramente la stessa, anzi. Approfittando del giorno festivo, molti sono andati tranquillamente fuori città mentre Berlusconi, Bersani, Vendola e compagni litigano come il solito (anzi, data la festività, forse un po’ meno del solito). I commentatori affermano tutti che: “La Grecia ha terrorizzato i mercati annunciando l’intenzione di indire un referendum popolare sui nuovi prestiti concordati con l’Ue”. Che cosa significa? Semplicemente che, nella democraticissima unione europea, chiedere un parere al popolo su ciò che decidono i governanti, dovrebbe essere proibito, come ha già rilevato Angela Merkel con il suo sdegno per l’iniziativa del Premier greco: il loro No, infatti, è sicuro.
  Non c’è dubbio che le cose stiano così. Se, però, noi, semplici cittadini privi di qualsiasi potere, non troviamo il modo per far ragionare i nostri governanti, andremo tutti a fondo partendo proprio da questo presupposto. La debolezza dell’unione europea, infatti, causa prima della mancanza di fiducia dei mercati, dipende prima di tutto da questo dato di fatto: non esiste la comunità dei popoli, non esiste nessuno Stato a nome “Ue”. D’altra parte, però, i singoli Stati hanno rinunciato (decisione illegittima e pertanto invalida) a battere moneta, per cui a garantire la moneta europea non c’è nessuno: né gli Stati nazionali che vi hanno rinunciato né lo Stato Ue che non esiste. Né si dica che allora bisogna rafforzare i legami politici unendosi di più perché la comunità dei popoli, ossia la forza di uno Stato, quella che lo fa nascere e vivere, non si crea a tavolino, per finzione, come è stato fatto fino adesso per l’Europa. Si sono create le istituzioni: parlamento, commissione, consiglio, che avrebbero dovuto costituire l’ossatura dello Stato, ma talmente vuote di realtà che giunti a dar loro un’anima, neanche i politici più ostinati nel loro europeismo sono riusciti a farle indossare l’essenza e dei simboli di uno Stato: l’Ue non possiede né Costituzione né Bandiera né Inno. Al posto di una costituzione l’Europa ha firmato un trattato fra Stati (il trattato di Lisbona); l’inno è stato eliminato e la bandiera la si può esporre, sempre che qualcuno lo voglia, soltanto il giorno della festa dell’Europa, cosa che nessuno fa. Soltanto i governanti italiani si sono ostinati a farla sventolare ovunque: il loro spirito di finzione si rivela anche in questo.
  Adesso, però, di fronte al baratro in cui stiamo sprofondando, un baratro che non è soltanto economico e finanziario, ma anche di perdita di dignità e di rispetto, dobbiamo trovare il modo per costringere i politici a riappropriarsi della sovranità monetaria e a  nazionalizzare la banca d’Italia. Lo diciamo anche soltanto in nome del buon senso. Si parla tanto di “contagio”: ebbene dalle malattie contagiose ci si salva scappando lontano dalla loro fonte. Il Premier greco sicuramente ha parlato di un referendum pensando di poter portare così, con l’avallo dei cittadini, la Grecia fuori dall’euro. Il nostro governo non ha bisogno di referendum: esiste già da molto tempo una maggioranza di parlamentari, di economisti, di esperti e di semplici cittadini che è convinta non vi sia altro da fare. Inutile scaricarsi le colpe gli uni con gli altri: il gravissimo errore è stato compiuto quando è stato deciso (con l’interessato entusiasmo di Ciampi e di Prodi) di far entrare l’Italia nell’euro. Perciò la situazione rimarrebbe la stessa anche se si cambiassero le persone di governo, anzi diventerebbe ancora più grave con l’aggiunta dell’instabilità. Si pensa di far andare al governo un economista o un banchiere? Sarebbe la decisione peggiore perché, pur essendo proprio questo lo scopo degli economisti e dei banchieri che hanno voluto l’unificazione europea, il potere racchiuso esclusivamente nelle mani dei banchieri sancirebbe formalmente la fine della democrazia. Quindi non c’è altra via d’uscita: abbandonare l’euro.

lunedì 31 ottobre 2011

Islanda, ancora

Un altro bell'articolo (risalente a qualche mese fa) che, parlando di economia, parla in realtà di diritti dei popoli.
Dal sito avvocatisenzafrontiere.it:

Della "rivoluzione silenziosa" islandese che tanto stà affascinando gli italiani e il resto d'Europa, i media se ne guardano bene dal parlarne, nessuna trasmissione televisiva, partito di governo o di opposizione, attraverso cui viene esercitato il "controllo sociale", hanno mai preso in considerazione il "modello Islanda" come via maestra o, quantomeno, possibilità per i Paesi liberi di uscire dalla crisi finanziaria.
Per contro, ogni giorno quotidiani, telegiornali, trasmissioni televisive specializzate, politologi, economisti, etc., asserviti agli interessi della lobby di banchieri e galassie finanziarie che controllano l'economia mondiale, ci bombardano con soluzioni sempre più capziose e vessatorie per azzerare la sempre crescente voragine del debito pubblico prov ocato dalla sistematica rapina di ogni risorsa pubbica da parte del sistema dei partiti e dall'assenza di un piano di crescita fondato sui bisogni del Paese e il rispetto dei diritti del popolo italiano.
Dal secolo scorso è stato realizzato un sistema planetario socio-economico-politico-militare complesso capace di dominare, condizionare e indirizzare le politiche dei Paesi membri e le stesse scelte dei governati, realizzando ciò che in sociologia viene definito "controllo sociale", ovvero il consenso ma soprattutto il dissenso, onde consentire di mantenere inalterato il dominio e i privilegi di pochi sulla massa dei cittadini-sudditi.
L'Islanda è un tabù perché rappresenta l'alfa di nuovi comportamenti collettivi, che attraverso la diffusione di valori eti ci, morali e cognitivi più confacenti ai tempi e allo sviluppo dei moderni rapporti sociali e di produzione, apporterà un profondo e innarestabile mutamento socio-economico-culturale su scala europea, aprendo una nuova primavera e, per quanto possa riguardare il nostro Paese, un nuovo Rinascimento italiano, destinato ad allargarsi, come fu in passato, a macchia d'olio a tutta l'Europa, affermando il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve  prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale.

Lontano dai riflettori. Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale A cura di Andrea Degl'Innocenti
L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri dir itti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione.
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime - il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati - privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano f atto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro - che perse in breve l'85 per cento - non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione d ei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, "gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate". Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un' entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. "Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord - ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l'Haiti del nord".
I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo - incalzato dalla folla inferocita - si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l'ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono sc elti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva cos&igra ve; ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese.
Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

domenica 30 ottobre 2011

Thomas Jefferson

Il quotidiano Rinascita ricorda, nell'edizione del 27 ottobre, una celeberrima frase attribuita a Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti, che da tempo non leggevo più e che avevo quasi dimenticato:

"Se gli Americani consentiranno mai a banche o privati di emettere il proprio denaro, prima con l'inflazione e poi con la deflazione, le banche e le grandi imprese che ne cresceranno attorno priveranno la gente delle loro proprietà finchè i loro figli si sveglieranno senza tetto nel continente conquistato dai loro padri. Il potere di emissione va tolto via dalle banche e restituito al popolo, al quale esso appartiene propriamente."

martedì 25 ottobre 2011

Segnalazione convegno

Sabato 29 ottobre alle ore 15 in Asti, Palazzo della Provincia (Salone Consiliare), si svolgerà la conferenza: “1869 – 1975. Un secolo di influenza dell’Italia nel Corno d’Africa”.
Relatori saranno Cristoforo Barberi e Alberto Costanzo, che illustreranno le premesse geopolitiche e le fasi storiche dell’influenza italiana nel Corno d’Africa dal 1869 (anno in cui fu acquistato uno scalo per le navi italiane in relazione all’apertura del canale di Suez) al 1975 (quando avvenne l’esodo della comunità italiana in seguito alle pressioni subite dopo la rivoluzione etiopica) e le caratteristiche della presenza italiana.
Commento musicale a cura di Matteo Ravizza e della Nuova Orchestra Zenit, che eseguirà brani degli anni Trenta e Quaranta.
L’iniziativa è promossa dall’assessorato alla cultura della Provincia di Asti, nell’ambito delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia e del 50° anno dalla fondazione dell’Associazione Nazionale Reduci e Rimpatriati d’Africa.
Seguirà la visita guidata da Marida Faussone e Aris D’Anelli alla mostra “Omaggio a Giuseppe Pognante – Taccuino di Mogadiscio – Dipinti dal 1935 al 1939” presso la Fondazione Eugenio Guglielminetti, Palazzo Alfieri, corso Alfieri 375 – Asti.
Concluderà il pomeriggio un brindisi offerto dal Consorzio dell’Asti Spumante.
L’ingresso è libero.

domenica 23 ottobre 2011

Risparmiare...

Oggi, a Bruxelles, Berlusconi riceverà nuovi ordini in merito ai c.d. "tagli alla spesa pubblica".
Parlando di "costi della politica", merita ricordare che cosa si intendeva un secolo e mezzo or sono con tale espressione.
Dal sito www.lastampa.it:
Il Senato sabato 29 giugno 1861 respinge il progetto di legge che vorrebbe concedere viaggi gratuiti in treno ai parlamentari italiani. La proposta è del senatore bergamasco Francesco Roncalli, conte di Montorio. E’ un ricco benestante, che fin dal 1848 ha messo a rischio il patrimonio di famiglia per professare i suoi ideali liberali. Inviso all’Austria, ha patito l’esilio in Svizzera e poi a Torino. Conosce i problemi di chi è lontano da casa. Così vorrebbe agevolare i colleghi provenienti dalle province più remote del Paese, chiamati a frequentare a Torino le aule parlamentari. In effetti la sua legge non dispiace soprattutto a coloro che giungono dal Mezzogiorno. Sarebbe il primo privilegio che l’Italia unita concederebbe ai propri rappresentanti, per lo svolgimento delle loro mansioni. Ma la proposta è considerata invece inopportuna fra diversi senatori sabaudi. Fanno notare che tutti i membri del Senato sono nominati dal Re. Sovente sono titolari di patrimoni economici cospicui. E’ vero, ribattono i favorevoli, «ma alla Camera, che è elettiva, vi sono e vi potranno essere deputati rappresentanti di ceti meno abbienti, che meriterebbero di essere favoriti». «No - è la replica - servire il Paese è un privilegio, pari al dovere. Chi lo ha fatto in armi ha rischiato tutto, compresa la vita, senza altro chiedere. La mercede è da mercenari, non da patrioti, non sia mai». La proposta è bocciata, con 49 voti contro 30 favorevoli.