lunedì 3 ottobre 2011

Incultura politica di una classe dirigente

Non so se stia capitando anche a voi. Io, in questi ultimi giorni, chiacchierando con amici e conoscenti, vedo che sta aumentando con soprendente rapidità la diffusa convinzione che l'Italia sia ormai totalmente priva - tanto nella politica interna quanto in quella estera - di una guida e di un percorso da seguire. Chi siede alla barra del timone è considerato ormai dall'opinione pubblica un navigatore allo sbando che ha irrimediabilmente perduto la rotta. Proprio oggi pomeriggio ho sentito invocare anche per l'Italia una rivoluzione sul tipo delle "primavere arabe", chè tanto peggio di così!
Temo che non siano solo sfoghi e che, al contrario, si incomincino ad aprire gli occhi sulla realtà...
Questi pensieri mi richiamano alla mente un (eccellente come sempre, anche laddove meno condivisibile) editoriale di Tiberio Graziani apparso su un numero della rivista Eurasia dell'anno scorso. Ve ne propongo un breve stralcio.

Un Paese a sovranità limitata

Nonostante l’invidiabile posizione geografica e a dispetto dei caratteri che ne costituiscono la struttura morfologica, attualmente l’Italia non possiede una dottrina geopolitica.
Ciò è dovuto principalmente ai tre seguenti elementi: a) l’appartenenza dell’Italia alla sfera d’influenza statunitense (il cosiddetto sistema occidentale); b) la profonda crisi dell’identità nazionale; c) la scarsa cultura geopolitica delle sue classi dirigenti.
Il primo elemento, oltre a limitare la sovranità dello Stato italiano in molteplici ambiti, da quello militare a quello della politica estera, tanto per citare i più rilevanti per l’aspetto geopolitico, ne condiziona la politica e l’economia interne, le scelte strategiche in materia di energia, ricerca tecnologica e realizzazione di grandi infrastrutture e, non da ultimo, ne vincola persino le politiche nazionali di contrasto alla criminalità organizzata. L’Italia repubblicana, a causa delle note conseguenze del trattato di pace del 1947 ed anche in virtù dell’ambiguità ideologica del proprio dettato costituzionale, per il quale la sovranità apparterebbe ad una entità socioeconomica e culturale, peraltro mutevole e vagamente omogenea, il popolo, e non ad un soggetto politico ben definito come lo Stato, ha seguito la regola aurea del “realismo collaborazionista o claudicante”, ovverosia la rinuncia alla responsabilità di dirigere il proprio destino. Tale abdicazione situa l’Italia nella condizione di “subordinazione passiva” e lega le sue scelte strategiche alla “buona volontà dello Stato subordinante”.
Il secondo elemento inficia uno dei fattori necessari per la definizione di una coerente dottrina geopolitica. La crisi dell’identità italiana è dovuta a cause complesse che risalgono alla mal riuscita combinazione delle varie ideologie nazionali (di ispirazione cattolica, monarchica, liberale, socialista e laico-massonica) che hanno sostenuto il processo di unificazione dell’Italia, l’edificazione dello Stato unitario e, dopo la parentesi fascista, la realizzazione dell’attuale assetto repubblicano. La crisi dell’identità nazionale è dovuta, inoltre, anche alla mal digerita esperienza fascista e al trauma della perdita della guerra. La retorica romantica dello stato-nazione, il mito della nazione e, successivamente, quelli della resistenza e della “liberazione” non hanno reso certamente un buon servizio agli interessi dell’Italia, che, a centocinquanta anni dalla sua unificazione, è ancora alla ricerca della propria identità nazionale.
Il terzo elemento, infine, in parte ricollegabile per motivi storici ai precedenti, non permette di collocare la questione delle direttrici geopolitiche dell’Italia tra le priorità dell’agenda nazionale.

venerdì 30 settembre 2011

E' l'Europa dei briganti.

Bell'editoriale di Ugo Gaudenzi, dal quotidiano Rinascita del 26 settembre.

E' l'Europa dei briganti. Andiamocene via.
 Lo sanno ormai tutti. Le agenzie di rating emettono pagelle, l’Ue lancia l’allarme, la Bce chiede nuovi tagli, il Fmi pure, l’Ocse anche, poi la materia diventa argomento di “vertici”: dai G8 ai G20 e così via. Si fanno manovre. Ma sono ritenute insufficenti e il girone infernale ricomincia da capo.
Adesso, dopo l’ultimo summit washingtoniano lo “stato dell’opera” è il seguente. La sensazione comune (che meningi, che immaginazione!) è che la Grecia non riuscirà a far fronte al “debito pubblico”, giunto, si badi bene a 350 miliardi di euro, esattamente dieci volte tanto in un decennio, grazie agli interventi “salvacrisi” (prestiti a usura) inventati dalla Goldman & Sachs, quella diretta da Draghi, e partecipati a fin di lucro dalle banche d’affari mondiali.
E che Atene ormai sia intenzionata a dichiarare l’insolvenza e a negoziare il 50 per cento del debito con i soliti usurai.
Per quanto riguarda Spagna e Italia, l’altra sensazione comune (che meningi, che immaginazione!) è che siano ormai in piena “cottura” e che l’Ue non abbia i mezzi a disposizione per salvarle. A meno di un acquisto massiccio di obbligazioni pubbliche da parte della Banca centrale europea. Senza però alcuna speranza che questo fermi la “recessione”. Non soltanto dei due Paesi, ma di tutta l’area euro.
Una recessione appunto, già innescata da manovre fiscali e da tagli dei redditi e dell’assistenza sociale, che, in caso di ulteriori stangate imposte dai Signori del denaro, non potrebbe che aggravarsi.
Tra le neo-Cassandre, il ministro Usa Geithner, il cancelliere britannico Osborne e Monsieur Trichet (nella foto), della Banca centrale europea.
Sancite queste ponderose analisi, i Signori del G20 hanno rinviato l’esame della situazione... al prossimo vertice di novembre.
Ma noi, i popoli interessati, possiamo decidere qualcosa in merito al nostro futuro?
Certo.
Niente prestiti a strozzo, no all’euro, no al debito pubblico fonte di lucro altrui.
Andiamocene via dall’Europa dei briganti, sganciamoci dal dominio atlantico, dalla globalizzazione.

mercoledì 28 settembre 2011

Quel fascista scomodo

Tanti anni fa, quando la politica non aveva ancora divorziato dalla cultura e dall'intelligenza, esistevano personaggi dei quali si è ormai quasi perso il ricordo.
Un articolo di Marcello Veneziani, apparso su Il Giornale del 24 settembre, ci offre l'opportunità di riscoprirne uno: Enzo Erra.

Quel fascista scomodo che nel dopoguerra sognò un’altra destra
Enzo Erra non sognava affatto una destra antimoderna, come ha scritto ieri il Corriere della Sera. Enzo Erra sognava piuttosto un’altra modernità, più spirituale ed eroica. Non era antimoderno, più semplicemente era fascista, a babbo morto. Appartenne a quella generazione che per ragioni anagrafiche del fascismo non visse la storia ma solo il crollo, si arruolò pochi giorni prima della fine, non ebbe vantaggi né carriera ma solo danni, non si macchiò di colpe o delitti ma scontò con dignità il suo fascismo postumo per una vita. Parlo di lui e di Giano Accame, di Piero Buscaroli, di Fausto Gianfranceschi e Fausto Belfiori e altri.
Allievo di Massimo Scaligero, più vicino al pensiero di Rudolph Steiner che di Julius Evola, Erra fu tra i primi giovani missini che dopo la guerra cercò e coinvolse Evola, ormai paralizzato, nelle sue riviste giovanili, dove scrivevano tra gli altri anche Rauti e Sterpa. La sfida, Imperium… Eppure Erra del Msi preferiva l’ala meno nostalgica e più «entrista» del Msi, polemizzando con gli almirantiani. Erra si riavvicinò al Msi e alla politica dopo una lontananza trentennale, alla morte di Almirante, e poi si riallontanò con la nascita di Alleanza nazionale. Ma Erra non fu solo animale politico e cultore a latere di scienze dello spirito, fu anche un fior di notista politico e di saggista storico: ricordo tra le altre, «Le sei risposte» a Renzo De Felice, «Le quattro giornate di Napoli» e «Le radici del fascismo», che resta tra i migliori tentativi di interpretare il fascismo da posizioni neofasciste.
Da ragazzo andavo a trovare lui e de Turris in sala stampa romana a piazza san Silvestro, dove era notista politico del Roma di Lauro, e lui lasciava agenzie e pastoni per infervorarsi a conversare di storia politica e cultura. Ti guardava con quegli occhi chiari dietro quel filo spinato di sopracciglia e alternava toni solenni e perentori a scanzonate risate napoletane.
Ricordo che lo conobbi nel castello romagnolo di Giovanni Volpe, lui che raccontava quando fu convocato dai giudici perché quelli del golpe Borghese nel loro delirante organigramma, lo avevano assegnato, a sua insaputa, alla direzione del Messaggero. E lui pensava divertito al comitato di redazione che aveva respinto fiori di direttori moderati, costretto a sorbirsi il «camerata» Erra manu militari… La sua battaglia revisionista proseguì sulla rivista Storia Verità di Enzo Cipriano, ma scrisse su varie riviste e poi sulle pagine culturali del Giornale. Penso allo strano destino di quel piccolo mondo della destra giornalistica: penso al Pisanò che scriveva le cose che poi ha scritto con successo Pansa, penso a Gianna Preda che fu la Fallaci al tempo in cui l’Oriana era di sinistra, penso ad Angelo Manna che diceva le cose che poi ha scritto Pino Aprile sui terroni. E penso a Cattabiani, Marcolla e Quarantotto che scoprirono autori e filoni che poi ha scoperto Calasso con l’Adelphi. Ed Enzo Erra, che meriterebbe la fama di un Giorgio Bocca; ma lui era colto, spiritoso e dalla parte sbagliata…

venerdì 23 settembre 2011

Le agenzie di rating sono forti perchè i governi sono deboli.

Incomincio a non poterne più di dover continuare a leggere e a parlare di economia. Ma articoli come quello, brevissimo, che segue sono necessari perchè contribuiscono a fare luce su temi ben lontani dall'economia, quale ad es. il tema della sovranità nella nostra epoca post-moderna. Chi decide oggi? In capo a chi è la sovranità? Sicuramente, mai Carl Schmitt avrebbe immaginato che si sarebbe risposto a questa domanda, a lui cara, citando le agenzie di rating...
Dal sito No Reporter, post del 23 settembre.

Victor de Fontainebleau, Francia: “Buongiorno, mi chiamo Victor de Fontainebleau e ho una domanda: Come è possibile che le agenzie di rating abbiano acquisito un tale potere sull’economia dell’Unione europea?”

André Sapir, docente di economia all’Università libera di Bruxelles: “La risposta più semplice a questa domanda è che, al manifestarsi delle deficenze dei governi della zona euro nell’affrontare la crisi, le agenzie di rating hanno assunto un ruolo sempre più importante. La cosa può sembrare paradossale, dal momento che alll’inizio della crisi sono state criticate proprio le agenzie di rating, e con qualche ragione.
Il motivo è che, nel periodo precedente la crisi, le agenzie non hanno saputo dare l’allarme, e allora ci si è detti: queste agenzie devono essere incompetenti, oppure sono al soldo di qualcuno che aveva interesse a che non segnalassero il problema nel suo complesso. E adesso che siamo in piena crisi, le agenzie di rating annunciano cattive notizie con cadenza quasi settimanale.
Sono convinto che una parte delle cattive notizie distillate dalle agenzie di rating dipendano dal fatto che i governi sono in grande difficoltà nel trovare soluzioni alla crisi. Penso che le agenzie di rating reagiscano all’incapacità dei governi di agire in modo decisivo contro la crisi. E penso che fino a quando saremo in questa situazione – e spero che davvero che non durerà ancora a lungo perché stiamo arrivando al limite delle nostre possibilità – ma fin tanto che continuerà questa incapacità da parte dei governi, il ruolo delle agenzie di rating rimarrà molto importante”. 

mercoledì 21 settembre 2011

"Ho sempre sognato che bombardassero NY"

11 settembre: si può cantare fuori dal coro?
Dieci giorni dopo la grande commemorazione, proviamo a leggere l'intervento di un intellettuale, Massimo Fini, che lo fa spesso. Non si tratta di approvare o disapprovare, si tratta di conoscere una voce controcorrente. 
L'articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano dell'11 settembre.

Sulla retorica del “siamo tutti americani” che avvolse (e ancora avvolge), l’intero Occidente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 il filosofo francese Jean Baudrillard scrisse, con crudezza, con lucidità e con coraggio (e ce ne voleva moltissimo in quel momento) “che l’abbiamo sognato quell’evento, che tutti senza eccezioni l’abbiamo sognato – perché nessuno può non sognare la distruzione di una potenza, una qualsiasi, che sia diventata tanto egemone – è cosa inaccettabile per la coscienza morale dell’Occidente, eppure è stato fatto, un fatto che si misura appunto attraverso la violenza patetica di tutti i discorsi che vorrebbero cancellarlo” (J. Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, 2002).
Per tutta la vita ho sognato che bombardassero New York e non posso essere così disonesto con me stesso e con i lettori da negarlo ora che il fatto è avvenuto. Eppure ho provato anch’io un istintivo orrore per quella carneficina, per quello sventolar di fazzoletti bianchi, per quegli uomini e quelle donne che si buttavano dal centesimo piano. E allora?
L’America è una Potenza che da più di mezzo secolo colpisce, con tranquillità e spietata coscienza, nei territori altrui, che negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale ha bombardato a tappeto Lipsia, Dresda, Berlino premeditando di uccidere milioni di civili perché, come dissero esplicitamente i comandi politici e militari statunitensi dell’epoca, bisognava “fiaccare la resistenza del popolo tedesco”, che ha sganciato una terrificante, e probabilmente inutile, bomba su Hiroshima e Nagasaki e che nel dopoguerra ha fatto centinaia di migliaia di vittime innocenti in ogni angolo del pianeta (lo scrittore, americano, Gore Vidal ha contato 250 attacchi militari che gli Stati Uniti hanno sferrato senza essere provocati). L’11 settembre invece gli americani, per la prima volta nella loro storia, venivano colpiti sul proprio territorio.
Pensavo che questa tragedia avrebbe insegnato loro qualcosa: l’orrore di vedere le proprie case cadere come castelli di carta, seppellendo uomini, donne, vecchi, bambini, famiglie, affetti. Che gli avrebbe insegnato l’orrore dell’amore ora che lo avevano vissuto sulla propria pelle. Che gli avrebbe insegnato che anche le vite degli altri hanno un valore, poiché tengono tanto alle proprie. Invece hanno continuato imperterriti. Come prima, peggio di prima. Loro hanno sempre la coscienza tranquilla, le tragedie degli altri non li riguardano, al massimo sono “effetti collaterali”.
Hanno cominciato con l’Afghanistan. Poteva esserci una ragione perché da quelle parti stava Bin Laden, anche se nessuna inchiesta seria è mai stata fatta per dimostrare che dietro gli attentati alle Twin Towers o quelli del 1998 in Kenya e Tanzania ci fosse effettivamente il Califfo saudita (sarà il motivo per cui il Mullah Omar ne rifiuterà l’estradizione non accettando l’arrogante risposta Usa: “Le prove le abbiamo date ai nostri alleati”). Ma dopo dieci anni di occupazione rimangono sul terreno 60 mila vittime civili la maggior parte delle quali provocate dai bombardamenti a casaccio sui villaggi e persino sui matrimoni.
A stretto giro di posta è venuta l’aggressione all’Iraq: 650 mila vittime civili. Giuliano Ferrara sul Foglio (6/9), proprio mentre dichiarava di detestare l’iperbole, ha definito l’11 settembre “l’attentato più grande e infame della storia”. È solo una delle tante tragedie della storia recente, forse quella che ci ha colpito di più, ma non certo la più infame. E io mi rifiuto di piangere ogni anno, ritualmente e a comando, lacrime di coccodrillo per tremila vittime. Rituali che tentano di far entrare nel buio sgabuzzino del dimenticatoio tutte le altre. Che sono milioni.
 

sabato 17 settembre 2011

"L'Italia faccia come l'Islanda"

Di questi tempi, è inevitabile continare a parlare di economia.
Lo facciamo postando, dal sito della rivista Eurasia, un'intervista alla professoressa Loretta Napoleoni, personaggio che sta attraversando un periodo di grande popolarità e visibilità.
Le tesi della professoressa Napoleoni sono da prendere con le pinze, anche perchè non mette minimamnete in discussione "verità ufficiali" (quali l'esistenza del debito pubblico, la necessità di ripianarlo, l'utilizzo a tal fine della leva fiscale sotto forma di "patrimoniale", ecc.) sulle quali è lecito nutrire più di un dubbio. Insomma, un'economista molto ortodossa anche se si atteggia ad "alternativa"... Però, nonostante questo, da sottoscrivere in pieno la sua proposta di uscire dall'Euro.

“Sa che potrebbe essere il giorno in cui la Grecia andrà in bancarotta?”. Curioso che il libro di Loretta Napoleoni, economista e consulente di terrorismo internazionale, compaia proprio oggi in libreria. Un testo, Il contagio (edito da Rizzoli), che fotografa l’attuale situazione internazionale nella quale anche l’Italia di qui a poco potrebbe trovarsi – drammaticamente – ad essere protagonista. L’esigenza (leggasi l’urgenza) è quella di uscire dalla fase del “non ritorno”. Come? La soluzione c’è, dice Napoleoni: l’Italia, d’accordo con l’Europa, scelga il “default pilotato”. Il resto è puro accanimento terapeutico che rischia semplicemente di procrastinare una situazione rischiosa non solo per il nostro Paese ma per l’intera zona euro.
Professoressa, significa che l’Italia come altri Paesi cosiddetti “Piigs” dovrebbe fallire?
“Il problema dell’euro è che, a livello europeo, non esiste né un protocollo né una regola per l’uscita temporanea o permanente di uno Stato dalla moneta unica. Il che significa che la Grecia, ma anche gli altri paesi Piigs come l’Italia sono in balia dei sentimenti del mercato, per quanto riguarda il mantenimento del proprio debito. Significa che se i mercati, come sta succedendo con la Grecia, improvvisamente decidono che questi Stati non sono in grado di ripagare il debito, non c’è una regola su come uscire. Cioè, l’euro non può andare in bancarotta se la Grecia va in bancarotta. Ecco perché parlo di un default volontario pilotato e della creazione di una serie di regole che permettano ad alcuni paesi di uscire temporaneamente dall’euro per riprendersi economicamente, anche in termini di convergenza, tornando entro quei parametri necessari per starci dentro. Seguire insomma l’esempio dell’Islanda che ha fatto un default pilotato e volontariamente è uscita dal mercato dei capitali, ha cioè dichiarato il default e si è messa al lavoro per ripianare i debiti”.
Un caso che sembra rimanere isolato.
“Sì, infatti. Si pensi all’Argentina che è andata in default da un giorno all’altro perché i mercati hanno girato le spalle. L’Islanda però ha una situazione migliore dell’Italia perché non ha l’euro come moneta. E il problema è proprio questo. Nel senso: come usciamo dall’euro? Come possiamo staccarci senza creare un terremoto all’interno di tutta l’Europa? Barroso ha detto: mantenere l’euro è una lotta di sopravvivenza per tutti i Paesi. E ha ragione. Infatti nelle ultime tre settimane in Germania e anche in Olanda dentro le banche si lavora per produrre una proposta, una legislazione che permetta di uscire dalla moneta unica”.
Cosa succederebbe all’Italia se optasse per il default volontario?
“Se facesse quello che ha fatto l’Islanda, un’uscita pilotata dall’euro, succederebbe che l’Italia dovrebbe garantire la metà del debito nazionale che è nelle mani degli italiani e delle banche italiane, cioè 2.850 miliardi di euro. Questo si può fare con una patrimoniale secca che colpisca con un 5 per cento su quell’1 per cento della popolazione, cioè quelle 70 famiglie che detengono da sole il 45 per cento della ricchezza nazionale. Basterebbe questo per garantire il debito interno. Dopodiché per quanto riguarda il debito esterno, quello che è in mano alle banche straniere, su quello bisognerà fare una ristrutturazione. Si rinegozia come è successo per esempio a Dubai. Io ti pago 45 centesimi per ogni euro e si stabilisce un programma di pagamento nei prossimi 5 o 6 anni e mano a mano si paga. Dopodiché l’uscita dall’euro permetterebbe di tornare alla lira che si svaluterebbe immediatamente dando una spinta alle esportazioni e più competitività”.
Perché allora tutto ciò non avviene?
“Perché è una decisione che deve essere presa di concerto con il resto dei paesi europei. Ma è difficile che avvenga perché se l’Italia decide di fare il default pilotato c’è il problema delle banche francesi che hanno una grandissima esposizione nei nostri confronti. L’uscita dell’Italia dall’euro senza un supporto da parte delle altre nazioni, per quanto riguarda le loro economie e le loro banche, potrebbe causare il crollo degli istituti di credito. Quindi la situazione è complessa, però non così complessa da non poter essere risolta. Serve un accordo a livello europeo, ma neanche se ne parla”.
Una questione lessicale: il “debito pubblico” adesso si chiama “debito sovrano”. E’ curioso che questo avvenga proprio quando gli Stati sono più in balia della speculazione dei mercati.
“Il fatto che gli Stati siano in balia dei mercati è una percezione sbagliata e di propaganda. I mercati hanno fatto il loro mestiere. Anzi in un certo senso i mercati sono stati spinti dagli Stati ad acquistare, almeno negli ultimi 12 mesi, i titoli del debito sovrano che non valgono nulla. E non parlo solo dei titoli italiani, ma anche degli altri, vedi i titoli francesi: rendimenti pari a zero. Quindi c’è una sorta di accordo degli Stati con le banche, secondo cui tu compri i miei titoli anche se guadagni zero ed io prometto che ti proteggerò dal crollo dell’euro. Cioè esiste una condizione di mutua convenienza però relativa a una tragedia. Quindi io non direi che la colpa è dei mercati e degli speculatori.
E allora di chi è?
“Dei politici che hanno permesso la creazione di un sistema di questo tipo e loro stessi hanno abusato di questa situazione. Quindi oggi il cittadino dovrebbe essere indignato, come accade in Spagna, non con i banchieri ma con i politici”.
Nel suo libro scrive che “il malessere del modello occidentale è ormai una pandemia”. Dagli Indignados in avanti il “contagio” è inevitabile?
“Sì. Per esempio si prenda una situazione tipo quella dell’Italia, che vende parti del Paese ai cinesi. E i cinesi mica vengono gratis. Il premier quindi vende invece di tassare quelle 70 famiglie che dovrebbero farsi carico della soluzione del problema: ecco questo dovrebbe far indignare la popolazione. Perché si parla della mia vita, della mia democrazia. Poi non è solo Berlusconi, chiariamolo questo. Tutti i Paesi europei vengono gestiti in questo modo. Tutti i politici europei oramai governano come se la democrazia fosse una loro impresa. Si dimenticano la voce del popolo. Noi siamo molto vicini ai fratelli africani, come scrivo nel libro. Loro si sono  ribellati a un malgoverno dittatoriale. Le nostre non sono forme di governo dittatoriali, però sono delle oligarchie quindi tutti ci indigneremo a poco a poco. E’ inevitabile”.
Eppure noi motivi per indignarci ne avremmo già abbastanza. Perché allora fino ad oggi Spagna, Israele, Gran Bretagna sì e Italia no?
“In Italia non c’è ancora la consapevolezza. Lo spagnolo negli ultimi dodici mesi ha progressivamente preso sempre più consapevolezza della situazione economica. E questo perché c’è stata una degenerazione della situazione economica: in Spagna siamo al 43 per cento della disoccupazione giovanile e inoltre gli spagnoli hanno un senso civico più attento del nostro. La vicinanza storica con il franchismo è importante: loro apprezzano di più la democrazia e ci credono di più, sono meno cinici. E capiscono anche che per mantenerla in piedi bisogna difenderla attraverso la voce della strada che è l’unica che il popolo ha. Ma oggi la crisi economica è arrivata anche in Italia e le misure di austerità che ha preso Zapatero le prenderà anche il nostro governo. Insomma, c’è un ritardo temporale relativo proprio alla consapevolezza”.

Via dall'Euro dei bluff.

Mentre invito tutti alla lettura del nuovo magistrale intervento di Ida Magli del 12 settembre (sul sito www.italianiliberi.it), segnalo, dallo stesso sito, un  simpatico articolo di Roberto Benedetti, Vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana:   http://www.italianiliberi.it/Edito11/riflessioni-dalla-spiaggia.pdf
Buona lettura.