giovedì 14 luglio 2011

Libertà di parola sotto assedio.

Un articolo di Robert Skidelsky (membro della Camera dei Lord e professore emerito di Economia Politica presso l'Università di Warwick), che a tratti pare un po' ingenuo e superficiale nell'affrontare il tema delle leggi liberticide, ma che comunque è indicativo dell'allarme che da tempo tale legislazione sta creando tra l'opinione pubblica e tra gli intellettuali britannici. Accipicchia, mi tocca invidiare la perfida Albione...

LONDRA - Di recente, in un festival letterario in Gran Bretagna, mi sono trovato in un comitato di discussione sulla libertà di parola. Per i liberali, la libertà di parola è indice chiave della libertà. Le democrazie sono per la libertà di parola; le dittature per la repressione.
Quando noi occidentali buttiamo lo sguardo al di fuori dell’occidente, questo rimane il nostro punto di vista. Noi condanniamo i governi che zittiscono, imprigionano, e perfino uccidono scrittori e giornalisti. Reporters Sans Frontières tiene una lista: 24 giornalisti sono stati uccisi, e 148 imprigionati, proprio quest'anno. Parte della promessa che vediamo nella "primavera araba" è la liberazione dei media dalla stretta dei dittatori.
Eppure la libertà di parola in Occidente è sotto pressione. Tradizionalmente, la legge britannica ha imposto due principali limitazioni su “il diritto della libertà di parola”. Il primo ha vietato l'uso di parole o espressioni che potrebbero turbare l'ordine pubblico, la seconda è stata la legge contro la diffamazione. Ci sono buone ragioni per entrambe - per preservare la pace e per proteggere la reputazione degli individui dalla menzogna. La maggior parte delle società libere accettano tali limiti come ragionevoli.
Ma la legge è recentemente diventata più restrittiva. "L’incitamento all'odio religioso e razziale" e "l’incitamento all'odio sulla base dell'orientamento sessuale" ora sono illegali nella maggior parte dei paesi europei, indipendentemente da qualsiasi minaccia per l’ordine pubblico.
Un esempio lampante è la legge contro la negazione dell'Olocausto. Negare o minimizzare l'Olocausto è un reato in Israele e in 15 Paesi Europei. Si può sostenere che l'Olocausto è un crimine così particolarmente aberrante da qualificarsi come un caso speciale. Ma i casi particolari hanno l'abitudine di moltiplicarsi.
La Francia ha reso illegale negare qualsiasi "crimine contro l'umanità riconosciuto a livello internazionale”. Mentre nei paesi musulmani è illegale chiamare i massacri Armeni del 1915-1917 "genocidi", in alcuni paesi occidentali è illegale dire che non lo erano. Alcuni paesi dell'Europa orientale in particolare vietano la negazione dei “genocidi” comunisti.
La censura della memoria, che appassionatamente una volta immaginavamo essere segno della dittatura, è oggi un settore in crescita maggiore nel “libero” Occidente. Infatti, la censura ufficiale è solo la punta dell’iceberg di una censura culturale. Una persona pubblica deve stare costantemente in guardia contro i reati che causano offese, che siano intenzionali o meno.
Rompere il codice culturale danneggia la reputazione di una persona, e forse la sua carriera. Il segretario Britannico Kenneth Clarke recentemente ha dovuto chiedere scusa per aver detto che alcuni stupri erano meno gravi di altri, implicando la necessità di una discriminazione legale. La sfilata di gaffes e le successive scuse striscianti è diventata una costante caratteristica della vita pubblica.
Nel suo classico Saggio sulla libertà, John Stuart Mill ha difeso la libertà di parola per il motivo che la libera informazione è stata necessaria per far progredire la conoscenza. Restrizioni su determinate aree di indagine storica si basano sulla premessa opposta: la verità è conosciuta, ed è immorale metterla in dubbio. Questo è assurdo, ogni storico sa che non esiste una cosa come la verità storica finale.
Non è compito della storia difendere l'ordine pubblico o la morale, ma stabilire cosa è successo. La storia legalmente protetta assicura che gli storici giochino sul sicuro. A dire il vero, il principio di Mill spesso richiede la tutela dei diritti di personaggi sgradevoli. David Irving scrive una storia menzognera, ma la sua persecuzione e la sua prigionia in Austria per "negazione dell'Olocausto" avrebbero fatto inorridire Mill.
Al contrario, la pressione sulla "correttezza politica" si basa sulla tesi che la verità è inconoscibile. Affermazioni sulla condizione umana sono essenzialmente una questione di opinione. Perché una dichiarazione di opinione da parte di alcuni individui è quasi certo che possa offenderne degli altri, e dato che tali dichiarazioni non contribuiscono alla scoperta della verità, il loro grado di offensività diventa l'unico criterio per giudicare la loro ammissibilità. Da qui il tabù di certe parole, frasi e argomenti che implicano che certi individui, gruppi o esperti siano superiori o inferiori, normali o anormali; di conseguenza la ricerca di modi sempre più neutrali per etichettare i fenomeni sociali, privando di conseguenza la lingua del suo vigore e interesse.
Un esempio classico è il modo in cui "famiglia" ha sostituito "matrimonio" in un discorso pubblico, con l'implicazione che tutti gli "stili di vita" hanno lo stesso valore, nonostante il fatto che la maggior parte delle persone persistano nel volersi sposare. E' diventato un tabù descrivere l'omosessualità come una "perversione", anche se questa era proprio la parola usata nel 1960 dal radicale filosofo Herbert Marcuse (che elogiava l'omosessualità come espressione di dissenso). Nel clima odierno ciò che Marcuse avrebbe chiamato "tolleranza repressiva", sarebbe chiamato "stigmatizzare".
L'imperativo sociologico dietro la diffusione della "correttezza politica" è il fatto che non viviamo più in una società patriarcale, gerarchica, mono-culturale, che presenta un generale, se non riflesso, accordo sui valori fondamentali. Gli sforzi patetici di inculcare un senso comune di "Britannicità" o "Dutchness" in società multiculturali, per quanto ben intenzionati, attestano la perdita di una comune identità.
Il linguaggio pubblico è così diventato la moneta comune di scambio culturale, e tutti sono attenti a badare ai propri modi di dire. Il risultato è una moltiplicazione di parole ambigue che raffreddano il dibattito politico e morale, e che creano un divario crescente tra il linguaggio pubblico e quello che molte persone comuni pensano.
Abbiamo bisogno di media liberi di esporre gli abusi di potere. Ma il giornalismo investigativo si scredita quando "mette in mostra" la vita privata di persone famose quando nessun problema di interesse pubblico è coinvolto. Il gossip divertente si è trasformato in un assalto alla privacy, con i giornali che affermano che qualsiasi tentativo di tenerli fuori delle camere da letto della gente è un assalto alla libertà di parola.
Voi sapete che una dottrina è in difficoltà, quando nemmeno quelli che sostengono di difenderla capiscono che cosa significa. Da questo, la dottrina classica della libertà di parola è in crisi. Dovremmo risolvere il problema rapidamente - legalmente, moralmente e culturalmente - se vogliamo conservare un giusto senso di ciò che significa vivere in una società libera.

Fonte:
http://vocidallestero.blogspot.com/2011/07/liberta-di-parola-sotto-assedio.html#more

mercoledì 13 luglio 2011

Stipendi...

Secondo una recente indagine pubblicata dal Corriere della Sera emerge che un consigliere regionale del Molise percepisce mensilmente  uno stipendio più alto di quello del governatore di New York. Stesso discorso per un deputato sardo o un presidente di giunta veneto, così come per un presidente calabrese: e purtroppo queste non sono novità, almeno per chi da lustri segue con attenzione questo andazzo nazionale nostrano. Da anni ribadiamo di essere "contro il sistema", suscitando a volte qualche perplessità e qualche domanda: questo è ciò che intendiamo, ossia di voler fortemente ribaltare questo stato di cose. Non è infatti accettabile che una classe politica come quella nostrana, litigiosa e spesso inconcludente, percepisca simili ingiustificati stipendi soprattutto in un momento in cui a tutti sono richiesti sacrifici. La voragine economica dei costi politici (in Sicilia sono stati arruolati e ben retribuiti anche esperti di rane verdi...) è un cancro nei confronti del quale occorre prendere coscienza: ciò magari non risolverà il problema del Pil come taluni sottolineano, ma porterà altri innumerevoli benefici: primo tra tutti quello di rendere meno ridicola al mondo questa nostra malandata nazione. Questione di decenza, concetto che in Italia sembra ormai appartenere più al libro Cuore che al nostro presente: etico e politico.

                                            Lodovico Ellena

Ovviamente concordo in pieno con Lodovico, ed aggiungerei che la "politica di professione" è una delle sciagure della nostra epoca.
Mi chiedo però se - quanto meno alla luce dei fatti degli ultimissi giorni, sui quali torneremo - si possano ancora definire i nostri politici come semplicemente "litigiosi ed inconcludenti". Io li definirei clamorosamente ignoranti ed incompetenti, oppure in malafede. Ma ne riparleremo. 

domenica 10 luglio 2011

...sempre più vicini all'orlo del precipizio...

Ancora una precisa analisi della situazione economica dal sito ControInFormazione. Rinvio al sito stesso per i commenti appropriatissimi di Gabriele Gruppo.

La finanza e le sue campane a morto


Ue: alla Grecia servono altri 85 mld euro per un nuovo piano – Ministro turismo: non venderemo le isole
L’Fmi ha finalmente concesso la quinta tranche di aiuti ad Atene, la prima sotto la direzione del nuovo direttore generale Christine Lagarde. Ora però si riapre la vicenda del secondo piano di aiuti alla Grecia, visto che il primo da solo non basta. Ma di quanto sarà questo secondo aiuto dove il governo del Cancelliere tedesco Angela Merkel vuole avere la partecipazione dei privati, fatto che si scontra con l’opposizione della Bce e delle agenzie di rating pronte a bocciare l’ipotesi come «selected default»?
Da giorni le banche private si sono riunite prima a Parigi e poi a Roma senza però trovare una soluzione, al punto che ormai si pensa di rinviare il tutto a settembre. Ma anche sulla dimensione del nuovo piano di aiuti non c’è accordo. Un recente rapporto di luglio della Commissione europea valuta in 172 miliardi le esigenze finanziarie complessive fino a metà 2014 della Grecia (quasi 127 miliardi a metà 2013), di cui 91,4 miliardi per rimborso di debito in scadenza e 38,3 miliardi per il deficit pubbblico). Dei 172 miliardi, 57 però saranno coperti dal piano attuale e 30 dalle privatizzazioni greche. Il totale da finanziare dunque sarebbe pari a 85 miliardi di euro (115 includendo le privatizzazioni). Una bella cifra di questi tempi di magra e di paesi periferici sotto attacco. Un tema che forse sarà al vaglio del prossimo consiglio dell’eurogruppo che a questo punto avrà qualche motivo in più per cercare di fermare l’effetto contagio.
Il sì alla quinta rata del Fmi è importante visto che non era affatto scontato: il Fondo può fare prestiti se nel corso dei dodici mesi successivi ha la certezza che il paese abbia fondi a sufficienza per ripagare il prestito. L’approvazione della nuova tranche del prestito ad Atene fa seguito all’imposizione di nuove misure di austerità e riforme strutturali per 28 miliardi di euro dal 2011 al 2015 e 50 miliardi nuove privatizzazioni, che Lagarde ha definito positive pur affermando che «devono essere accelerate».
Isole in vendita
Da segnalare infine che il ministro del Turismo greco Pavlos Geroulanos in un’intervista al quotidiano Sueddeutsche Zeitung ha escluso l’intenzione del Governo di «vendere isole» nel piano di privatizzazizone da 50 miliardi di euro. «Vogliamo sviluppare il nostro paese non venderlo», ha ribadidto il ministro ammettendo però che ci sono alcune isole greche appartenenti a privati in vendita.
fonte http://www.ilsole24ore.com/
PIIGS, stiamo arrivando

Italia sotto attacco speculativo, con dei numeri che fanno impressione. E che non trova nelle parole pronunciate tatticamente dall’ex numero uno di Bankitalia Mario Draghi un sollievo. Anzi. E questo è un segnale preoccupante, perché lo stesso draghi sta per sedersi alla presidenza della Bce, la banca centrale europea. Niccolò Mancini, trader a Milano e collaboratore di E il Mensile, guarda i numeri e li traduce per PeaceReporter.
Partiamo da parole ostiche ai più. Il differenziale fra i rendimenti dei titoli di stato italiani e tedeschi ha toccato un picco con quota 245 punti base. Traduciamo?
Guardando i numeri dal 3 giugno a oggi, cioè un periodo molto breve, il Btp a 10 anni ha perso il 5, 5 percento. Il Btp a 10 anni è quello della pensionata che vuole stare tranquilla sui suoi risparmi. Stiamo assistendo a un colpo pesantissimo. Stiamo perdendo terreno su tutti. Rispetto all’ indice tedesco registriamo una differenza – spread – fra le due Borse di venti punti percentuali a favore della Germania.
Il dato politico: in un Paese in cui l’ex numero uno della Banca centrale si appresta a diventare presidente della Banca centrale europea è paradossale che ci si trovi sotto attacco. L’ultima spallata l’ha data l’inchiesta P4 con il caso di Marco Milanese, che ha coinvolto anche il ministro Giulio Tremonti, l’unico referente, la figura meno discutibile di questo governo, l’uomo in cui hanno fiducia i mercati. E questo ha dato il via libera a una situazione che è già difficile dall’inizio di questa settimana che va sotto il titolo: attacco all’Italia. Ci sononvoci e rumors che ci annunciano un declassamento da parte di Moody’s
Chi attacca l’Italia?
La speculazione internazionale, identificabile in quattro o cinque grandi banche, come Goldman Sachs o Jp Morgan, legate a qualche hedge fund aggressivo L’Italia finisce con le spalle al muro.
I prezzi dei titoli di stato scendono e quindi si alza il rendimento, quindi lo stato deve pagare più interessi. Quello che sta succedendo oggi porta a far sì che una metà della manovra finanziaria che avrà effetto dal 2013, se ne è già andata in fumo. Questi sono numeri, non opinioni. L’aumento dei tassi fa diventare ininfluente la manovra che colpisce sempre i soliti noti.
Le agenzie di rating giocano sporco
Certo, ma il problema c’è fino a quando non ci sarà una regolamentazione delle agenzie di rating. Prendiamo il Portogallo. Declassato a spazzatura, ogni fondo che avesse avuto dei titoli di stato portoghesi era costretto, per regolamento, a venderli. Tranne la Bce, che ieri ha dato una svolta mai vista, accettando titoli portoghesi come garanzia. Una cosa mai vista. La Bce avrebbe dovuto, seguendo la normale procedura, rifiutare quei titoli e certificare il default del Portogallo. La nostra situazione si è incanalata su una strada che porterà la I italiana a entrare nei cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) trasformandoli in PIIGS.
Perché non c’è una regolamentazione delle agenzie di rating?
Tremonti nel 2008 durante la grande crisi delle banche, aveva detto che si doveva togliere lo strapotere alle agenzie del rating, che i derivati stavano tornando a una situazione pre 2008, dipingendo una situazione con chiarezza. È lì che sono intervenuti Usa e Gran Bretagna, che vivono anche grazie al rating e che hanno rapporti stretti con le stesse agenzie. È un problema di quei paesi che hanno sul proprio territorio le banche più aggressive, che riescono a bloccare la riforma e la regolamentazione del rating.
Se Moodys taglia e declassa l’Italia?
Allora lo Stato italiano pagherà più caro il proprio debito. Non si deve creare panico, il rischio non è immediato, ma è quello che porta al default: con i tassi di interesse che schizzano e uno Stato che deve emettere nuovi titoli e garantire rendimenti più elevati si dà il via a una spirale di questo tipo.
Riflessi politici?
I mercati stanno mandando a casa il governo. Possono riuscire a resistere a Casini, a Bersani, a Di Pietro, ma ai mercati non può resistere nemmeno Berlusconi, anche perché a differenza dei politici della Prima repubblica ha ancora aziende quotate in Borsa. Più tira la corda, più è costretto ad affrontare rischi.

I segni tangibili del disastro morale.

Una piccola notizia, pubblicata sul Corriere della Sera del 25 giugno a firma di Alessandro Cannavò, che dice molto sul disastro morale di un popolo. 

 

Siracusa: il monumento ai Caduti distrutto dai vandali

 

L’oltraggio delle scritte vandaliche sui nostri muri è spesso pari alla stupidità dei messaggi lasciati con lo spray. Quando poi a essere imbrattati sono i monumenti, si percepisce un chiaro senso di violenza. Il monumento ai caduti d’Africa di Siracusa è forse l’esempio più impressionante di una sconfitta del vivere civile. La struttura, solenne, articolata e retorica come molte costruzioni di epoca fascista, ricorda, con i nomi incisi sulla pietra, tutti i luoghi delle battaglie avvenute tra il 1935 e il 1936 durante la campagna italiana nel Corno d’Africa. Una serie di statue circondano il memoriale. Il monumento si trova in un posto splendido, in località Cappuccini: un piazzale a picco sul mare che sovrasta una falesia e si confronta in lontananza con l’isola di Ortigia. Una piazzola attorno invita la gente a sostare sui gradoni soprattutto al tramonto quando alla seduzione del panorama si aggiunge una fresca brezza. C’è anche un chiosco che induce a chiacchierare amabilmente sorseggiando una bibita.
Ed è proprio questo quadretto idilliaco che contrasta e diventa paradossale con lo scempio che affligge il monumento: messaggi d’amore come quelli che si trasmettono sulle tv locali, frasi goliardiche, disegni osceni: tutto copre la pietra fino a dove è stato possibile arrivare. E poi i danni: mattonelle scheggiate e divelte, alla statua del lavoratore avevano persino tolto il piccone e spezzandolo l’avevano gettato tra gli scogli. In passato il monumento è stato ripulito ma, come spesso avviene, i vandali si sono puntualmente ripresentati, indisturbati nella loro ottusa cretineria. Invece di contrastarli con nuove misure, sembra che l’amministrazione ora accetti la sconfitta: un’altra da aggiungere a quelle delle drammatiche spedizioni africane.
Ecco che il monumento diventa la metafora dell’ignoranza sul nostro passato, dell’insensibilità verso la bruttezza estetica, della rassegnazione verso l’arroganza. Un’agghiacciante normalità nella quale crescono i bambini che giocano attorno alla costruzione, arrampicandosi sulle statue, sotto gli occhi di genitori insensibili a ogni mancanza di decoro. Con buona pace del sacrificio dei nostri padri, del senso della Patria, dell’orgoglio di una nazione. Il monumento ai caduti d’Africa di Siracusa merita il candore garantito allo splendido Duomo barocco. Ripuliamolo, recintiamolo, proteggiamolo con le telecamere. In cima a quella falesia deve ergersi l’estremo sussulto di dignità, il simbolo di una riscossa civile che non può più tardare.

sabato 9 luglio 2011

Ancora Ida Magli.

Un altro bell'articolo di Ida Magli, dal sito ItalianiLiberi.
Assolutamente da leggere e da meditare.


 Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo - in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia - ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.
 Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti,  Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale. Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.
I problemi più importanti
Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:
  1. L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).
  2. L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).
  3. Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).
  4. L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine  “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.
  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.
  6. La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto. 
Politici e banchieri in commedia
  Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

  Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi,  di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda  e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

  In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi - è necessario ripeterlo e sottolinearlo - i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

  Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.
Il regno di Bruxelles

  Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono  prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva  senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

  Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.
Dittatura europea e Val di Susa
 E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo. I politici odierni non sono  monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera  ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare,  costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

martedì 5 luglio 2011

Gli indignati italiani crescono.

Ne avevamo già parlato in un post del 1° giugno. Ora da Torino arriva questo comunicato stampa del MS-FT:

Con “Domus Civitas” parte da Torino
la sfida degli “indignados” italiani
al sistema bancario e ai poteri forti

Dal 20 luglio raccolta firme e sit-in permanente davanti a Palazzo Chigi
per portare il sostegno del Governo dai debiti delle banche a quelli delle famiglie.

Torino. L’associazione nazionale “Domus civitas – tutte le vittime / all victims” sposa l’impegno e la battaglia dei cittadini spagnoli e islandesi, per chiedere al Governo italiano l’approvazione di misure urgenti a favore dei cittadini italiani indebitati con le banche.

“A buon titolo possiamo definirci gli “indignados” italiani – sottolinea il presidente nazionale di “Domus Civitas” Bruno Berardie come già è avvenuto sulle piazze di Spagna e d’Islanda, ci adopereremo per chiedere un intervento forte e chiaro dello Stato a sostegno dei tanti, troppi italiani che non riescono più a pagare le eccessivamente onerose rate dei mutui o gli interessi sui prestiti”.

“La nostra associazione – prosegue Berardi – adotterà come riferimento proprio la pacifica rivoluzione islandese, promuovendo una raccolta di firme volta a modificare lo status di privilegi delle banche a discapito dei cittadini”.

Da Torino Berardi lancia la proposta e presenta l’iniziativa che, dal prossimo 20 luglio, vedrà l’associazione “Domus Civitas” attuare un sit-in permanente davanti a Palazzo Chigi: “Ci opporremo ad ogni ulteriore finanziamento pubblico teso a coprire i debiti delle banche e chiederemo interventi concreti per alleviare la situazione delle famiglie”.

Due interviste.

Sul sito www.agenziastampaitalia.it, due interessantissime interviste postate il 1° luglio: una al Prof. Claudio Moffa ed una all'avv. Giorgio Carta, difensore del P.M. Paolo Ferraro.
Da leggere per avere le idee più chiare su vicende di cui i media non parlano.